Con il nome "sa pippia de maju" si designa il doppio mazzo di viole mammole, innestato su un lungo fascio di pervinca legato da un panno verde che, nel corso della Sartiglia, Su Componidori utilizza per benedire la folla con ampi gesti del braccio che vanno a formare una croce. Sa pippia 'e maju è un simbolo propiziatorio legato alla primavera e al rinnovamento vegetale che mira a palesare l'arrivo della stagione della rinascita, in un rito tangibile per la comunità.
Domani e Martedì, a Oristano,come ogni anno si rinnoverà ancora antico antico rituale.
Oltrepassa la soglia: in questa casa, passato, futuro, mistero, scienze, fantasia, miti e leggende convivono insieme
☆¤*¤☆ La Porta Delle Stelle☆¤*¤☆
sabato 22 febbraio 2020
La cassapanca sarda
Il corredo delle spose sarde è sempre stato un tesoro da preparare con cura sin dalla più tenera età delle bambine. Spesso, quando la "futura sposa" era ancora in fasce, le nonne già cominciavano a lavorare ad uncinetto il copriletto di cotone bianco che sarebbe stato usato il giorno del matrimonio e per la nascita dei figli. Le femminucce imparavano a tessere e ricamare e cucivano per tempo lenzuola, federe, tovaglie, tovaglioli e asciugamani. Chi aveva più possibilità economiche, commissionava i lavori alle ricamatrici più brave, così la "dote" che la sposa portava con se e che l'accompagnava nella sua nuova vita da moglie, era ancora più preziosa. Un tesoro prezioso che, come tale, veniva custodito dentro ad uno scrigno: la cassapanca. La sua diffusione ora è molto limitata ed i più giovani spesso non sanno nemmeno che cos'è, ma prima era un oggetto d'arredamento presente in ogni casa. Un antico bronzetto sardo custodito nel Museo Archeologico di Cagliari, rappresenta la miniatura di una cassapanca, suggerendo che il suo utilizzo fosse già "di moda" persino in epoca nuragica. Era uso costruirla con legno di castagno o noce sardo. Abili artigiani la intagliavano, impreziosendola con eleganti incisioni che rappresentavano pavoni, alberi e fiori della vita. Anticamente veniva verniciata di rosso, utilizzando sangue bovino oppure ovino: pare che, oltre a lasciare una patina protettiva ed essere un ottimo antitarlo, il sangue dell'animale sacrificato, fosse di buon auspicio per un matrimonio ed una vita prosperi e fertili. Quando i rappresentanti, a bordo di macchine cariche di scatole e valige, iniziarono a bussare di casa in casa proponendo biancheria già confezionata, cambiò tutto. Le mamme, invece d'insegnare alle figlie l'arte di farsi il corredo con le proprie mani, cominciarono a comprare tutto già pronto, spesso pagando le rate per molti anni. Piano piano, saper cucire, ricamare, lavorare ad uncinetto, non fu più necessario e divenne un semplice passatempo. Oggi, il corredo si acquista quando serve. La cassapanca che lo conteneva in attesa del giorno del matrimonio, è stata messa da parte e sostituita dai mobili moderni. Da tanto tempo, ormai, non accompagna più le spose nella vita matrimoniale. I tempi sono cambiati e le usanze sono state dimenticate. Chi ha la fortuna di avere una cassapanca in casa, acquistata direttamente da un artigiano o magari ricevuta in eredità da una nonna o una zia, spesso non sa di possedere un tesoro prezioso che per moltissimi secoli è stato il custode dei sogni, della felicità e dei segreti di tante spose della Sardegna.
Francesca Murgia
Ricordi di guerra
Quando il 17 febbraio 1943, i bombardieri americani sganciarono le bombe a frammentazione su Gonnosfanadiga, facendo strage di civili innocenti, erano convinti di essere giunti alla loro meta: l' aeroporto militare Trunconi - Su Campu 'e Pranu- che si trovava tra Serramanna e Villacidro. Quella fu solo la prima delle tante incursioni aeree. Alla gente, terrorizzata dal pericolo, non restava altro da fare che correre a ripararsi nei rifugi.Rita, che ora ha 86 anni, allora ne aveva appena 13, ma ricorda bene delle lunghe ore trascorse nella stanzetta sotto casa sua
«Appena le campane della chiesa cominciavano a suonare, mamma acchiappava i miei fratellini più piccoli e correvamo tutti a metterci al sicuro. Solo mio fratello, che allora aveva 10 anni, si rifiutava di venire con noi: lui voleva vedere cosa succedeva, così scappava fuori e tornava solo dopo che l'attacco era finito. Nel nostro rifugio ci stavano una ventina di persone, perciò insieme a noi, a condividere la paura e l'attesa, c'erano sempre anche le nostre vicine di casa. All'ingresso si accendeva "sa lantia" e chi aveva più paura andava a mettersi infondo alla stanza che era fatta a forma di elle. Mi ricordo che mia mamma e le altre donne ci dicevano "Pregate, pregate!” e per tutta la durata dell'allarme, imploravano:
“Santa Brabara e Santu Jacu
Bosu potaisi is craisi de lampu
Bosu potaisi is craisi di cieu,
no tocheisi fillu alleu, ne in domu ne in su sattu,
Santa Brabara e Santu Jacu." e, mentre loro terrorizzate pregavano tutti i santi, noi ragazzini, che non capivamo la gravità della situazione,"si da pigaiausu ai spassiu" e ridevamo. Quando l'attacco finiva e finalmente lasciavamo il rifugio, arrivavano le notizie di ciò che era successo: qualche volta c'erano vittime tra le persone che erano a lavoro in campagna e non si erano potute nascondere, oppure capitava che aerei abbattuti cadessero vicino a Serramanna.»
Anche Agnese, che all'epoca era piccolina, si ricorda i momenti trascorsi nel rifugio «Nei muri mettevamo tante immaginette sacre affinché ci proteggessero e tutti insieme recitavamo “Santa Maria fa che gli inglesi perdano la via”» Nonostante le lacrime, la paura ed il dolore, tra i ricordi di Agnese riaffiora anche qualcosa di bello « Mi ricordo che tre soldati che stavano nelle casermette vicino a Sant'Angelo, si erano affezionati alla mia famiglia e venivano spesso da noi: portavano dei pacchi di pasta e mia mamma gliela cuoceva. Erano giovanissimi e avevano paura, proprio come noi. Uno di loro, alla fine della guerra non è più andato via: ha trovato l'amore e si è sposato con una ragazza di Serramanna.»
Francesca Murgia
sabato 1 settembre 2018
Pietre, memorie di un' antica conoscenza
Le
pietre, traccia e memoria di millenni di storia dell'umanità, in
molte culture sono conosciute come fonte di energia. Il potere di
Madre Terra vibra dentro di esse, donando loro potenti virtù. Sin
dai tempi dei Sumeri, i loro poteri curativi, erano molto noti e
venivano utilizzate dai sapienti delle arti di guarigione. Per i
nativi Americani le pietre possedevano l'anima e la memoria. Una
leggenda degli antichi Celti tramanda la conoscenza che le pietre
bucate possiedano il potere di far guarire dalle malattie fisiche e
spirituali. Da molti millenni, in India ed in Cina, il calore delle
pietre viene utilizzato come terapia per alleviare o far scomparire
dolori di vario genere e natura. Al giorno d'oggi, tantissime persone
in tutto il mondo, ricorrono a massaggi "hot stones" per
trarne giovamento fisico, psichico e per riequilibrare i chakra. Non
tutti possiedono la stessa sensibilità nel "sentire"
questi influssi benefici, però, chi vive in Sardegna, spesso
possiede una marcia in più. Ritrovarsi faccia a faccia con le pietre
giunte sino a noi dal passato, infatti, è una consuetudine visto il
grandissimo numero di siti. In tanti asseriscono che in prossimità
di un nuraghe, un menhir, una domus de janas, un pozzo sacro, una
tomba dei giganti, si sentono avvolti da una piacevole forza che
regala una sensazione di profonda pace e rinnovata energia. Chi è
che non ha mai raccolto un sasso e l'ha stretto forte tra le mani?
Chi non ha sentito un brivido lungo la schiena varcando la soglia
della tomba dei giganti "Sa domu e s'orcu" a Siddi? In
quanti hanno sentito il cuore accelerare i battiti varcando
l'ingresso del pozzo di Sant'Anastasia a Sardara o di Santa Cristina
a Paulilatino? Quanti, di fronte al menhir "perda fitta" o
sa perda di bia is perdas a Serramanna, sono riusciti a trattenere
l'istinto di appoggiare le mani sulla pietra? In Sardegna esistono siti frequentati e abitati migliaia di anni fa, famosi ancora oggi per le loro "virtù" curative: pietre concave sulle quali le donne si distendevano invocando una gravidanza, menhir ai quali i malati si appoggiavano per scacciare mal di schiena e acciacchi vari. Ai più scettici, certi discorsi possono apparire come semplice autosuggestione, creduloneria o addirittura una forma di sciocca stregoneria, ma in realtà sono stati fatti studi di radiodiagnostica che pare confermino che le pietre, ed in particolar modo i siti archeologici con blocchi lavorati dai nostri progenitori, possiedano una potente forza magnetica e diffondano influssi che donano una sensazione di benessere fisica e mentale. I nostri lontani antenati probabilmente su questo argomento avevano conoscenze molto più avanzate delle nostre. Nel 1990 lo scienziato Pierluigi Ighina dichiarò che i menhir ed i dolmen erano stati eretti con la funzione di prevenire i terremoti: sosteneva che riequilibrassero l'energia magnetica negativa terrestre con l'energia positiva del sole. Non esiste conferma che lo scienziato avesse ragione, ma due cose sono certe: la prima è che in Sardegna c'è un'altissima concentrazione di menhir e la seconda è che sia l'unica regione d'Italia a non essere sismica. Dunque, in questo presente fatto di astruse tecnologie e complessi preparati farmaceutici che dovrebbero guarirci, la semplicità della radioterapia neolitica è più attuale che mai e l'energia sprigionata da un monolite o da un semplice ciottolo di fiume aleggia intorno a noi, donando benessere al nostro corpo e regalando serenità al nostro Spirito.
Francesca Murgia
martedì 28 agosto 2018
giovedì 9 novembre 2017
Il lungo viaggio di Pietro (racconto vincitore del concorso letterario indetto dall'Associazione culturale Il Pungolo "Scriviamo la nostra storia")
Pietro guidava con molta prudenza la sua macchina fabbricata in Germania. Stava sotto i limiti di velocità e guardava dritto davanti a se, stringendo forte il volante. Erano 38 anni che non percorreva quella strada, ma la ricordava come se fosse passato da lì il giorno prima. Allora, guidava una piccola Fiat scassata di quarta mano, con il motore che ogni tanto tossiva e l'acqua del radiatore che andava in ebollizione. Alla velocità di 40 chilometri orari, l'aveva condotto lontano dal suo paese e lui, per tutta la durata del lungo viaggio, aveva giurato a se stesso di non tornare mai più.
Aveva mantenuto il suo proposito per tanti anni, ora però, dopo una vita intera lontano dal suo paese natale, stava tornando.
Il campanile e la cupola della chiesa di San Leonardo, comparvero in lontananza, prima ancora del cartello che indicava Serramanna. Sulla parte più alta della torre campanaria, spiccava un orologio che Pietro non aveva mai visto. Era stato rimosso prima della sua nascita e, al suo posto, proprio sopra le campane, c'erano due buchi che non contenevano nulla. L'uomo sentì uno strano tuffo al cuore.
In tutti quegli anni non aveva mai sofferto di nostalgia per il suo paese e rimase stupito dalla sua reazione alla semplice vista della chiesa.
Era andato via da Serramanna subito dopo la morte di suo padre, dopo un brutto litigio con la madre. Una storia di eredità, di divisione di terreni, di figli preferiti e altri meno considerati.
Lui, convinto di essere quello meno amato di tutti, aveva deciso di tagliare i rapporti con sua madre, i suoi tre fratelli e le due sorelle ed era andato via con una piccola valigia di cartone marrone ed i suoi pochi risparmi prelevati dal Banco di Sardegna e nascosti nel calzino sinistro.
Quell'azione dettata dalla rabbia, cambiò tutto il corso della sua vita.
Il destino volle che trovasse subito un buon lavoro in Germania. Dopo poco tempo s'innamorò di una ragazza emigrata da Orosei. Si fidanzarono e dopo qualche tempo si sposarono. Gli anni passarono in fretta, tra impegni, amore per sua moglie, figli da crescere, gioie e dolori.
Durante le vacanze estive, si recavano ogni anno al paese della moglie, ma mai al suo. Lei provava a convincerlo ad andare a fare visita ai suoi parenti, ma lui non ne voleva sapere. Era arrabbiato. Non mantenne i contatti con nessuno e, Serramanna e la sua famiglia, divennero solo un ricordo sul quale evitava di soffermarsi, un pensiero lontano quasi quanto i chilometri che lo separavano dalle sue radici.
A Pietro ormai, sembrava che ogni legame fosse spezzato ma, una lettera con il timbro postale del suo paese, lo obbligò a ricredersi.
Sua sorella più piccola, Anna, che mai in 38 anni lo aveva cercato, gli comunicava che la madre era deceduta e che, per poter vendere la casa, occorreva la sua firma.
La notizia lo lasciò indifferente. Ignorò la lettera e finse di non averla mai ricevuta. Dopo sette lettere e quattro telefonate di un avvocato, sua moglie lo convinse a recarsi a Serramanna e firmare ciò che volevano i suoi parenti.
Se voleva liberasi della sua poco amorevole famiglia e tornare alla sua vita serena lontano da loro, doveva provvedere a risolvere tutte le faccende in sospeso. Così, con poco entusiasmo e nessuna emozione, si era deciso ed era partito.
Le prime case cominciarono a scorrere fuori dai finestrini, accogliendolo nel paese della sua infanzia e gioventù. Guardò il distributore di benzina alla sua sinistra e sorrise tra se, pensando a quante volte da ragazzino era andato lì a mettere la miscela al "Ciao" rosso di suo padre. Parcheggiò accanto ai campi da tennis ed entrò nella caffetteria a sinistra. Aveva bisogno di bere un caffè prima di affrontare fratelli e sorelle. Al bancone, un uomo che doveva avere circa la sua età, prese a guardarlo con insistenza. Pietro lo riconobbe: era un suo compagno delle scuole medie. Pagò in fretta e andò via prima che quello attaccasse bottone. Non aveva voglia di parlare con nessuno. Non gli andava di ricordare i bei tempi andati con persone che non vedeva da quasi quarant'anni. Salì in macchina e ripartì. All'incontro con i fratelli e le sorelle mancavano ancora due ore, così decise di fare un giro. Davanti a quella che un tempo era stata la chiesa di Sant'Angelo, scoprì che era diventata un museo d'arte sacra, ma era chiuso. Svoltò in via Serra e vide che il calzolaio si era trasferito dove prima c'era un meccanico. Con la coda dell'occhio notò che i casermoni di via XXV Aprile erano ancora al loro posto: quando era ragazzo, il circo piazzava il tendone in quel terreno ed il sabato, i venditori ambulanti, lì, facevano il mercato. Una strana sensazione gli chiuse lo stomaco e gli mancò il respiro.
Arrivato alla Croce Santa, si accorse che era stata restaurata e che era circondata da una bella rotonda fiorita. A sinistra, c'era un tabacchino. Ripensò a quando da piccolo entrava a comprare le sigarette per il padre e zia Giulia appoggiava il suo lavoro a uncinetto e lo serviva. Chissà quante coperte e centrini aveva fatto tra un cliente e l'altro! Mentre passava davanti, qualcuno aprì la porta e, per un'istante, vide la signora alla quale stava pensando: era ancora lì con l'uncinetto in mano! Pietro, incredulo, strinse forte le labbra e andò oltre.
Arrivò in piazza Matteotti.
"Lo zampillo" che conosceva lui era stato sostituito da un altro più moderno.
Le panchine di marmo dei suoi ricordi non c'erano più, anch'esse sostituite. L'edicola era rimasta la stessa, ma il bar dove aveva trascorso tante sere estive insieme ai suoi amici, era chiuso.
Andò dritto, verso la stazione. Il passaggio a livello era chiuso e si fermò ad aspettare. Erano stati fatti i lavori per un sottopassaggio ma, evidentemente, non era mai stato inaugurato. Dopo parecchi minuti il treno passò e, finalmente, poté attraversare i binari. Proseguì sino alla fine di viale Matteotti e si stupì trovandosi di fronte una grande rotonda che conteneva la statua di una Madonna e tanti fiori. Percorse il ponte che portava fino a “Santa Maria”. Parcheggiò l'auto davanti al cancello accanto ad un chiosco bar ed entrò nel piazzale, attraversandolo. La chiesetta campestre era stata restaurata e sembrava un'altra. L'alto palco che veniva usato durante la festa, non c'era più. Camminò lungo l'inferriata, guardando verso la stradina polverosa. Si accorse che le sculture a forma di tubetti di colore ai piedi degli eucaliptus, erano state rimosse. Non c'era più nemmeno la scultura bianca di fronte all'ingresso della chiesa. Si sedette a riposare su una grossa pietra e ripensò alle feste, alla gente allegra, alle bancarelle con le noccioline ed il torrone, alla baracca dove il giorno di Santa Maria andava a mangiare il muggine arrosto insieme alla sua famiglia. Gli parve di sentirne l'odore. Gli sembrò quasi che, da allora, non fosse passata una vita intera. Respirò a fondo. Una sensazione di nausea lo tormentava. Ripercorse lentamente il piazzale e tornò in macchina.
Si guardò intorno. A parte una ragazza che camminava tenendo un cane al guinzaglio, non vide nessuno. Molti terreni erano incolti. La campagna che ricordava lui, piena di uomini e donne che lavoravano, non esisteva più. Mise in moto e fece inversione di marcia. Ripercorse il ponte. Si rivide bambino con la madre che lo teneva per mano ed insieme ad una folla di compaesani, all'imbrunire del 9 Settembre, con le candele accese, canti e preghiere, riportavano in processione la statua di Santa Maria fino alla chiesa di San Leonardo, dove venivano accolti con le campane che suonavano a festa. Proprio come il giorno di Pasqua, quando c'era "S'incontru" e le campane suonavano per Gesù e la Madonna che s' incontravano e tutti applaudivano. Percorse Viale Matteotti e poi Via Roma. Arrivato in Piazza Martiri, guardò verso il piazzale della parrocchia e cercò con gli occhi la statua della Madonna nella grotta.
Le mani gli tremarono e strinse forte il volante. Avrebbe voluto fare una breve passeggiata nel piazzale e guardare la statua da vicino, ma non trovò parcheggio e tirò dritto, deluso.
Decise di dirigersi verso la cantina sociale. Gli era tornata in mente la vendemmia. Pensava ai rimorchi carichi di uva che, per poter consegnare i grappoli, restavano in fila per ore in via Principe Umberto. Si rivide ragazzino mentre, con il bidone di plastica, andava a comprare il vino insieme a suo padre. Ricordò la grande bilancia sulla quale saliva per pesarsi e l'odore del mosto che riempiva l'aria. Quando arrivò a destinazione, non riusciva a credere ai suoi occhi: la cantina era abbandonata. Tutto era in rovina e le erbacce avevano invaso il piazzale. Infastidito, accelerò e andò in direzione della casa dei suoi genitori. Voleva risolvere la faccenda e andarsene prima possibile. Erano passati troppi anni e Serramanna non era come la ricordava. I suoi genitori non c'erano più. Sentiva un peso nel petto che lo soffocava.
La strada era stretta e piena di macchine parcheggiate. Lasciò l'auto molto lontano e s'incamminò a piedi. Cercò di non pensare ai giochi con i suoi fratelli e gli altri bambini del vicinato, alle corse a piedi scalzi, alle ginocchia sbucciate, alla madre che all'imbrunire strillava dalla porta di casa, chiamandoli per la cena... Ma la sua testa era piena di ricordi che saltavano fuori uno dopo l'altro ed un maremoto di sentimenti lo sommergeva.
E finalmente, arrivò.
La facciata della casa della sua infanzia e giovinezza era stata tinteggiata di recente e gli infissi in legno sostituiti con moderno pvc. Sui davanzali delle finestre i gerani di sua madre erano in fiore. Con le mani gelate ed una grande voglia di fuggire lontano, prese un lungo respiro e suonò il campanello. Attese per un tempo che gli parve non finire più, ma che in realtà durò soltanto pochissimi secondi. La porta si aprì ed una donna anziana vestita di nero, con gli occhi lucidi, lo fissò in silenzio.
Pietro credette che il cuore stesse per esplodergli dentro le orecchie.
«Mamma...» mormorò incredulo pensando di avere un'allucinazione «Non sei morta...»
Il viso dell'anziana donna si riempì di lacrime «No figlio mio, non sono morta. Non potevo morire prima di averti rivisto e averti chiesto perdono. Lo volevo fare sin dal primo momento. Volevo mettere a posto tutti gli errori, ma tu sei andato via e non sei tornato. Ti ho aspettato sempre. Ogni volta che sentivo suonare il campanello o squillare il telefono, pensavo fossi tu. Ma sbagliavo. Nessuno sapeva dove fossi andato e nemmeno se fossi ancora vivo. Ti abbiamo cercato tanto.»
Pietro, aveva le gambe e le mani che tremavano e si appoggiò alla porta.
«Perché mi è stato detto che eri morta?»
«Avevo paura che non saresti tornato.»
L'uomo, sentì sciogliere dentro il suo cuore tutta la rabbia, la delusione, il rancore, la tristezza e la nostalgia che per tutti quegli anni lo avevano accompagnato silenziosi. Si specchiò negli occhi pieni di lacrime di sua madre e vide riflessa tutta la sua stupidità: era rimasto una vita intera lontano per colpa di una discussione. Per la prima volta dopo 38 anni, pianse.
Entrò in casa e abbracciò la donna che aveva aspettato il suo ritorno.
«Perdonami tu mamma...perdonami se puoi...»
Intorno a loro, i fratelli e le sorelle che in quei lunghi anni lo avevano sempre cercato, commossi e felici, si unirono all'abbraccio.
La moglie lo raggiunse a Serramanna due giorni dopo e poté conoscere la famiglia.
C'era voluto tanto tempo per riunirsi e perdonare la rabbia di un attimo, ora però, il lungo viaggio di Pietro, finalmente, era finito. Era tornato a casa.
Francesca Murgia
lunedì 6 novembre 2017
Il cielo e le stelle: bellezze misteriose senza tempo
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| Galassia di Andromeda - scatto di Samuele Pinna |
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| Nebulosa di Orione - scatto di Samuele Pinna |
Francesca Murgia
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| Luna - scatto di Samuele Pinna |
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| Pleiadi - scatto di Samuele Pinna |
La donna, una storia scritta dagli uomini
Occorrerebbero
feste o ricorrenze dedicate alle donne se, per secoli e spesso ancora
oggi, non fossero stati negati ad esse gli stessi diritti degli
uomini? Nelle sue lettere contenute nel Nuovo Testamento, San Paolo
ha scritto "Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di
dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento
tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu
Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese
colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo
figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella
santificazione, con modestia." Gli uomini e la religione fecero
diventare Legge queste parole e fino a non molti decenni fa era
pensiero comune che la donna avesse una mente inferiore a quella
dell'uomo e che il suo ruolo nella vita fosse ubbidirgli senza
protestare. Era scritto nella Bibbia. Lo affermava San Paolo. Lo
imponeva la Chiesa. Lo ribadivano gli uomini. Le donne, quindi,
nascevano e crescevano allevate nella convinzione di non poter
aspirare a niente di più che ad essere le serve dei loro mariti e
partorire i loro figli. Quante lotte hanno dovuto fare per dimostrare
di non avere limitazioni fisiche e mentali e poter lavorare, votare,
studiare e imparare? Quante lotte dovranno ancora fare per mettere in
chiaro una volta per tutte di non essere una proprietà da usare e
abusare? Quante lotte ancora, per non rischiare la vita ogni volta
che dicono no, ogni volta che gridano basta, ogni volta che scelgono
il loro destino? Anche se la strada da fare verso la parità è ancora tanta, vedo che in tante stanno mostrando a loro stesse e al mondo che le donne hanno dentro una forza che permette loro rimboccarsi le maniche, raccogliere i pezzi dei loro sogni infranti e affrontare con coraggio le tempeste delle loro vite uscendone vincitrici e più forti. A tutte le donne che non si arrendono davanti alle dure prove del destino, voglio dedicare queste mie parole, con l'augurio che ogni loro giorno possa essere una festa e che possano essere sempre padrone della propria vita e del proprio destino, mai più schiave per dovere, ma compagne per Amore.
Francesca
Murgia
Menhir, tesori da riscoprire

Spesso i più grandi tesori si
trovano sotto gli occhi di tutti da sempre, ma nessuno (o in pochi)
riescono a vederli e ad apprezzarne il valore. Sconosciuti e
inesistenti praticamente per tutta la popolazione, se ne stanno fermi
e muti da millenni, ad aspettare che qualcuno si accorga "veramente"
della loro esistenza, restituendogli la giusta importanza che
meritano. Così può capitare che, ciò che per tutti è
semplicemente una pietra di notevoli dimensioni, per occhi che
guardano oltre la semplice apparenza sia invece un menhir di
grandissima importanza archeologica. In un paese che da sempre vive
di agricoltura, le grosse pietre che occupano spazio all'interno di
un terreno, disturbano. Purtroppo, quando è stato possibile, sono
state rimosse dal loro sito originario, spesso diventando materiale
di costruzione per chiese e case oppure ornamento di cortili privati.
Solo gli esemplari più grandi, troppo difficili da spostare, sono
rimasti al loro posto, continuando a essere testimoni silenziosi di
infinite albe e tramonti. Eppure, nonostante alcuni di questi
megaliti preistorici siano arrivati sino ai nostri giorni, pochi
serramannesi sanno che esistono, pochissimi li hanno visti, quasi
nessuno sa cosa siano o cosa potrebbero essere. La perda fitta
(pietra infissa) più conosciuta di Serramanna( paese del Medio
Campidano, in Sardegna) è "Sa Sennoredda". Secondo gli
archeologi, il monolite alto più di un metro e mezzo, ornato da una
lunga fila verticale di coppelle scolpite, dovrebbe essere una
rappresentazione della dea madre (antichissima divinità venerata in
Sardegna e presente praticamente in tutte le mitologie della Terra).
Simile a quella grande pietra, presso il parco giochi se ne può
ammirare un'altra, ma solo in pochi, nonostante sia davvero molto
vistosa, si sono accorti della sua presenza.La terza, la più invisibile e silenziosa di tutte, si trova nella strada di campagna "bia is perdas". Il nome della strada da già un'idea di cosa potesse esserci in passato e cosa ora non c'è più. Infatti, tradotto in italiano, il nome della strada significa “via delle pietre. A differenza delle altre, non è un lungo monolite. Più bassa e tondeggiante, con una facciata rovinata in tempi recenti dal fuoco, agli sguardi distratti presenta una sola vistosa coppella. Al momento del tramonto però, sulla parte superiore di quella "perda fitta", accade una strana magia che lascia a bocca aperta: tante piccole coppelle, accese dal crepuscolo, compaiono all'improvviso, formando un disegno dal significato misterioso. Alcune delle persone che hanno avuto la fortuna di vederla da vicino, toccarla e ammirare le piccole coppelle, concordano su un'ipotesi che la rende ancora più preziosa «Appare evidente che non sia una dea madre o un simbolo fallico, ma che rappresenti qualcosa di diverso. Il disegno che formano le coppelle, fa pensare ad una costellazione. Come se i nostri padri lontani, abbiano fissato sulla pietra le stelle che illuminavano le loro notti Una mappa del cielo di migliaia di anni fa. Potrebbe addirittura essere un "Omphalos"»
Omphalos. Questa parola di origine greca significa ombelico. Centro. Il centro sacro. Effettivamente, pare che tantissime culture megalitiche rappresentassero il divino (ciò che sta in cielo) che si fondeva con la Terra proprio con una grande pietra tondeggiante scolpita. I loro dei che vivevano in cielo erano sempre accanto a loro sulla Terra, nell' "Omphalos" sacro che veneravano. Una pietra tondeggiante... Tondeggiante come un uovo. Ed ecco che tornano in mente gli antichissimi miti greci, cinesi, indiani che, ognuno a modo suo, raccontano che tutto il creato, l'intero universo, nacquero proprio da un grande uovo. L'uovo cosmico. Possibile che anche gli abitanti di Serramanna di migliaia e migliaia di anni fa, venerassero il loro dei arrivati dal cielo e si tramandassero il ricordo della creazione, onorando l'enorme pietra sacra chiamata "Sa perda manna"(la grande pietra) o " Ayaya manna"(nonna grande)? Teoria azzardata e fantasiosa? Questo forse non lo sapremo mai con certezza, ma una cosa è sicura: intorno a noi ci sono molti tesori dimenticati. Il misterioso passato del nostro mondo, da migliaia di anni sta aspettando di essere riscoperto, valorizzato e restituito alle popolazioni. E' arrivato il tempo di guardare con altri occhi ciò che ci circonda e accorgerci che la nostra storia è proprio lì, in quelle pietre che sembrano silenziose solo perché noi non ne abbiamo mai ascoltato la voce.
Francesca Murgia
mercoledì 25 maggio 2016
Acqua di San Giovanni
La natura è sempre stata il centro e
la fonte della nostra esistenza: madre, nutrimento, cura, vita. I
fiori e le piante che crescono spontanei, otre ad essere il cibo e le
medicine dei nostri nonni, erano anche gli ingredienti indispensabili
per tanti riti antichi della Sardegna. Con l'arrivo del
Cristianesimo, molti rituali rivolti alla dea madre sono stati
proibiti e dimenticati, altri, ribattezzati con il nome di un santo,
hanno proseguito il loro cammino e anche ai giorni nostri, in
particolari periodi dell'anno, vengono utilizzati ancora.Per la preparazione occorrono lavanda, elicriso, rosmarino, iperico, menta, salvia, timo, verbasco e artemisia, rosa, gelsomino, mirto, alloro, ma non è indispensabile che ci siano tutte e si possono aggiungere altre erbe o fiori. Dopo aver spezzettato i fiori e le foglie con le mani, si mette tutto dentro un catino pieno d'acqua che deve stare sotto la luce della luna per tutta la notte. La mattina del 24, l'acqua magica di San Giovanni è pronta e si deve toccare con le mani e bagnarsi il viso, esprimendo un desiderio. Il resto dell'acqua si utilizza poi come acqua profumata per lavarsi le mani e il viso. Non è detto che il desiderio si realizzi ma, sicuramente, un bellissimo profumo avvolgerà chi ha praticato il rito.
Francesca Murgia
(Articolo pubblicato pubblicato sulla Gazzetta del Medio Campidano http://www.lagazzetta.eu/ )
giovedì 24 marzo 2016
✫La Piccola Stella Senza Nome✫ racconto tratto dal libro Sogni stelle e sussurri, di Francesca Murgia
Viveva da sempre al confine
tra la costellazione di Orione e quella del Toro, ma nessuno mai l'aveva
notata. Era una stellina tanto piccola che neppure il telescopio più
potente era capace di scorgerla tra le luci sfavillanti delle stelle
tanto più grandi e vistose di lei. Dalla Terra nessuno le rivolgeva una
parola o una preghiera, non aveva un nome e non figurava in nessuna
costellazione. Le altre stelle non la degnavano di molta considerazione e
si scordavano spesso di lei: era così piccola e insignificante che era
quasi come se non esistesse. Era sola e triste. Tanto triste. Spesso,
sconsolata e afflitta, osservava da lontano le luci che illuminavano il
pianeta Terra e pensava "Persino i lampioni nelle strade e le lampadine
nelle case illuminano il cielo più di me" e piangeva per la sua
sfortuna. Un giorno, mentre tutta sola pensava alla sua inutile
esistenza, uno sciame di piccole meteore le passò accanto ed una di
esse, distratta dalla luce accecante della stella Sirio, non la vide e
la urtò violentemente. «Oh, scusami! Non ti avevo vista! Ti ho fatto
male?» La piccola Stella, con una delle sue punte dolorante per il colpo
ricevuto, cercando di trattenere le lacrime, rispose: «Non è nulla di
grave, mi passerà, non preoccuparti. Non è la prima volta che mi accade
di essere colpita da qualcuno che non mi vede...Non mi vede mai
nessuno...» ed una lacrima che proprio non riuscì a trattenere, le
scivolò lungo la guancia. Alcune altre meteore, che si erano fermate un
attimo a vedere cosa fosse successo, cercarono di consolarla «Non fare
così, non piangere...E' vero sei piccina ed è difficile vederti da
lontano in mezzo a tante stelle luminose, ma la tua luce tenue e
rilassante è davvero bella e sicuramente in tante te la invidiano! In un
posto un po' meno affollato, faresti un figurone!» «No, vi sbagliate:
un posto per me, sono certa, non esiste... Non servo a nulla...»Le
meteore si guardarono dispiaciute e quella che le era andata a sbattere
addosso, propose «Perché non vieni con noi? Siamo dirette sulla Terra,
dove termineremo il nostro lungo viaggio infiammandoci ed esplodendo in
una brillante scia luminosa. Magari, lungo il cammino, trovi un bel
posticino adatto a te...» La stellina le guardava dubbiosa «Non
saprei...ma d'altronde, se resto qui, la mia vita continuerà ad essere
solitaria e triste ed io sarò per sempre invisibile...» Le meteore
afferrarono le sue punte calde e luccicanti e senza neppure aspettare
che decidesse cosa fare, ripartirono per il loro viaggio, trascinandola
con loro. Il piccolo sciame sfrecciò tra asteroidi e comete, satelliti artificiali e buchi neri. Osservavano le meraviglie dell'Universo con occhi stupiti e bocche spalancate. Superarono Plutone e Nettuno, Urano e Saturno con i loro magici anelli. Oltrepassarono Giove cercando di non scontrarsi con le sue lune e cambiarono un po' la loro traiettoria per non cadere dritte su Marte. La piccola stella era affascinata da tutto ciò che aveva visto lungo l'emozionante traversata galattica e contenta di aver intrapreso l'avventura che aveva spezzato la noia della sua vita solitaria, ma non aveva visto nemmeno un posticino che potesse andare bene per le sue modeste esigenze. Avrebbe voluto trovare un luogo tranquillo e poco affollato, magari con accanto un'altra stellina dalla luce discreta che le tenesse compagnia. Insieme avrebbero potuto scambiarsi impressioni sul tempo, sull'amore, sul perché dell'esistenza, ma non vide nulla ed il pianeta Terra era ormai vicinissimo. Il viaggio dello sciame stava per concludersi e ben presto le sue amiche avrebbero preso fuoco, diventando bellissime stelle cadenti. E lei cos'avrebbe mai fatto tutta sola? Si chiese in tutta fretta se dovesse salutare le meteore e fermarsi ad aspettare una cometa che le desse un passaggio per tornare al suo solito posto nell'Universo, ma le venne un brivido al pensiero di quel luogo pieno di luce e, per lei, tanto malinconico e solitario. Allora decise. Decise di terminare il suo viaggio insieme alle sue amiche, così, per un attimo prima di spegnersi per sempre, qualcuno avrebbe visto la sua scia luminosa e l'avrebbe ammirata. Magari un astronomo con il suo telescopio l'avrebbe notata e le avrebbe dato un nome. Finalmente, un nome. Così la sua vita non sarebbe stata inutile, anonima e vana. Si tenne stretta stretta alle sue compagne e, trattenendo il fiato, si preparò all'impatto. Appena sfiorarono l'atmosfera terrestre, le meteore presero fuoco illuminando il cielo di incantevoli scie luminose. Restavano sospese in quel magico attimo di felicità, prima di spegnersi per sem
Forse perché era troppo grande per bruciare nell'atmosfera, o forse perché semplicemente il suo destino era un altro, non prese fuoco, ma sorvolò il buio cielo notturno leggera leggera e dolcemente andò a posarsi sulla punta di un abete innevato che si innalzava accanto alla finestra illuminata di una piccola casa. «Ed ora cosa farò? Come può una stella sopravvivere sulla Terra senza che qualche malintenzionato le faccia del male? Dove mi nasconderò? Chi mi aiuterà?» Già valutava l'idea di imbarcarsi clandestinamente su di uno shuttle in partenza da quel posto che gli abitanti della Terra chiamavano Cape Canaveral per poi accodarsi a qualche altro sciame di meteore in viaggio e fermarsi nella prima costellazione che avesse incontrato, quando la luce che usciva dalla casa si spense improvvisamente e un pianto interruppe il corso dei suoi pensieri. Stette ad ascoltare per un po', ma poi, vinta da una curiosità che non riusciva a trattenere, si calò cautamente su di un ramo che ondeggiava sfiorando la buia finestra e scivolò silenziosamente sul davanzale, illuminando la buia stanza oltre i vetri, con la sua delicata luce. Un bimbo di 6 o 7 anni, con il viso rigato di lacrime, se ne stava singhiozzante nel suo letto. Avvolto da calde coperte, stringeva forte al petto un orsetto di pezza a cui mancava l'occhio destro. Quando si accorse del chiarore che entrava nella stanza attraverso i vetri, smise di piangere e sbalordito guardò la piccola stellina sul davanzale. «E tu, chi sei?» le chiese alzandosi dal letto e avvicinandosi.
Lei, impaurita, fece un passo indietro, sperando che il ramo dell'abete le strisciasse accanto, così avrebbe potuto fuggire e nascondersi.
«No! Aspetta, non andartene via! Se ti allontani la mia stanza tornerà di nuovo buia ed io avrò ancora paura!» Spalancò la finestra e lei si fermò, guardandolo stupita.
«Hai visto la mia luce?»
«Certo che l'ho vista! E' bellissima! Schiarisce il buio senza essere invadente, ma scaccia le brutte ombre della notte. La mia mamma dice che ormai sono grande e che devo abituarmi a dormire con la luce spenta, ma io ho paura e non riesco ad addor-mentarmi: mi sembra di vedere mostri e streghe che si avvicinano al mio letto. Resta con me per questa notte, te ne prego, tienimi compagnia stellina bella.» Gli occhi del bimbo luccicavano speranzosi
«Vieni dentro, fuori fa freddo: illuminerai la mia notte e potrai riposarti» e allungò la mano per sfiorarle le piccole punte.
Lei lo lasciò fare ancora confusa dal fatto che per la prima volta nella sua vita, qualcuno l'avesse vista. Gli permise di portarla dentro e si lasciò deporre delicatamente sul comodino accanto al letto.
Il bimbo si rimise sotto le coperte e la guardò «Dimmi stellina bella, come sei arrivata sul davanzale della mia finestra?» E la piccola stella, che da sempre era stata sola senza nessuno che la notasse o le parlasse o le desse un nome, gli raccontò la sua storia.
«Ma allora non è un caso se sei arrivata fino a qui! E' il destino che ti ha condotta da me: noi dobbiamo stare insieme, ci faremo compagnia a vicenda.
Per sempre.»
Il piccolo sbadigliò e dopo averle accarezzato delicatamente una punta, si addormentò con un sorriso sereno sulle labbra. La stella vegliò sul suo sonno per tutta la notte e quando giunse il mattino aveva preso la sua decisione: sarebbe rimasta con lui finché avesse avuto bisogno di lei.
Finalmente la piccola stella aveva qualcuno da illuminare.
Qualcuno che, anche se era piccina, la vedeva.
Di giorno, quando il piccolo era impegnato a vivere la sua vita, lei gironzolava per il mondo visitando i bei posti che aveva visto solo da lontano, illuminati dai lampioni che accendevano il mondo. La sera, dopo che la luce della camera veniva spenta, il bambino le apriva la finestra e lei entrava a tenergli compagnia. Alcune volte era stanco e si addormentava quasi subito, altre, non aveva sonno, e allora metteva un libro accanto alla luce della stella e insieme leggevano fiabe e racconti che parlavano di principi, spade e draghi; sogni, viaggi nella fantasia e posti lontani. Quando non c'erano libri da leggere, le storie le inventavano loro, ed il bimbo, per non perderne il ricordo, le scriveva su di un quaderno, mentre la stella illuminava la sua penna. Ed i giorni passarono, passarono i mesi e passarono gli anni.
Ogni tanto lei gli chiedeva «Vuoi ancora che resti con te ad illuminarti la notte?»
Lui le sorrideva e diceva «Io e te resteremo sempre insieme, lo sai!» e lei, contenta, continuava a vegliare sui suoi sogni, con la sua luce discreta.
Una notte d'estate, però, lui che ormai era diventato un ragazzo che del buio non aveva più paura, appena spense la luce per andare a dormire, pianse. La stella entrò dalla finestra aperta e gli illuminò il bel viso bagnato di lacrime come la prima volta che si erano incontrati. «Perché piangi? Che cosa ti è successo?» gli chiedeva preoccupata. Ma lui non rispondeva.
Per molte notti di seguito lui fece la stessa cosa, senza parlare, senza mai rispondere alle domande della stella che era sempre più preoccupata. Quando lei non ne poté più di vedere la sua tristezza senza poter fare nulla per aiutarlo, mentre lui piangeva, gli disse «Se piangi perché non sai come mandarmi via, se temi di darmi un dispiacere, non ti devi preoccupare, io capirò.»
Lui smise di piangere e le accarezzò teneramente le punte «Non voglio che tu vada via. Mai. Noi staremo sempre insieme. Sono triste per un altro motivo.»
«Dimmi quale, magari posso aiutarti a risolvere il problema che ti fa star male...» E allora le raccontò della piccola ragazza per la quale il suo cuore batteva forte. Le disse di quanto lei fosse sempre stata sola e triste perché era diversa dagli altri. I suoi occhi, infatti, fin dal primo giorno della sua vita, non avevano mai potuto vedere la luce: era cieca. Viveva in un mondo fatto di buio. E non poteva credere che qualcuno potesse desiderare di stare con lei. Quando il ragazzo le aveva detto che il suo più grande desiderio era trascorrere ogni attimo della sua vita con lei, lo aveva rifiutato. Non perché non contraccambiava il suo amore, anzi, la verità era che non voleva essere un peso per lui, perché anche lei lo amava.
«Se solo potesse guardarmi negli occhi, vedrebbe la luce del mio amore e capirebbe che non riesco a stare senza di lei. Saprebbe con un solo sguardo che lei è tutto ciò che voglio e non m'importa se i suoi occhi sono spenti...» La piccola stella lo ascoltava e intanto ripensava a quando era lei triste e sola: anche lei come la piccola ragazza non avrebbe mai creduto che qualcuno potesse vederla davvero. Poi aveva incontrato lui ed aveva finalmente scoperto che anche una piccola ed insignificante stellina dalla pallida luce poteva avere qualcuno che l'apprezzava. E mentre guardava il viso triste del ragazzo, capì che solo lei poteva aiutarlo.
E decise di farlo subito.
«Posso risolvere il tuo problema: portami da lei»
Il giovane trattenne il fiato per un attimo e poi, in un sussurro chiese «Puoi davvero?»
La stella sorrise «Posso.»
Uscirono nel buio di una notte stellata. Il canto dei grilli riempiva il silenzio e centinaia di lucciole illuminavano il loro cammino fino alla casa della ragazza. Non dovettero neppure bussare alla sua porta: sentirono il suo pianto oltre il basso muretto del cortile.
Stava seduta per terra, circondata da fiori colorati. Piangeva per l'amore che aveva rifiutato. Piangeva perché non avrebbe mai potuto guardarlo negli occhi per capire se era veramente nel suo cuore. Era condannata a stare al buio e sola. La stellina capì ogni suo pensiero appena la sua luce le illuminò il viso. Seppe che era arrivato il momento di diventare come le piccole meteore sue amiche con cui era arrivata sulla Terra tanto tempo prima: come loro si sarebbe trasformata in una stella cadente e avrebbe realizzato il desiderio dei due innamorati.
Era questo il suo destino. Era nata proprio per questo.
Per questo aveva fatto il suo lungo viaggio nell'Universo ed era arrivata sul davanzale di un bimbo che piangeva.
Guardò serena il ragazzo che ormai non aveva più paura del buio.
«Ti auguro una vita illuminata dall'amore. Sarò sempre con te.» gli disse mentre lui scavalcava il basso muretto e, prima che capisse cosa stesse succedendo, sfrecciò in alto nel cielo e poi, lasciando dietro di sé una lunga scia luminosa, si tuffò dritta nel cuore della piccola ragazza cieca.
Fu un attimo.
In quel breve istante la sua luce soffusa le avvolse il cuore, riscaldandole dolcemente l'anima e un'esplosione di piccole scintille dorate invasero ogni parte del corpo. Il ragazzo vide un bagliore accendere gli occhi della piccola ragazza e riconobbe la pallida luce della sua stella...
E la ragazza vide, per la prima volta nella sua vita. E la prima cosa che vide, furono gli occhi del giovane uomo che brillavano d'amore per lei.
Lui allungò una mano per accarezzarle il viso e, immergendo lo sguardo in quello di lei che non sarebbe mai più stato spento, sotto le luminose stelle della calda notte estiva, con i grilli che cantavano e le lucciole che ballavano intorno a loro, tutto ciò che disse fu «Staremo insieme per sempre, Amore mio» e mentre lei gli gettava le braccia al collo, la piccola stella, appena un attimo prima di fondere la sua vita con l'anima della piccola ragazza, sentì le sue parole e con una grande gioia nel cuore, seppe di avere finalmente un nome anche lei: Amore.
pre, ma quell'attimo valeva la pena del lungo cammino che avevano intrapreso. Portavano con loro, in quella gioiosa discesa finale, l'emozione di una vita trascorsa solcando l'Universo con l'unico scopo di raggiungere quell'istante infinito. Gli occhi degli uomini, rivolti verso il buio cielo, si accesero della loro luce magica che realizzava i desideri e le meteore, che ora erano diventate meravigliose stelle cadenti, nel loro ultimo istante di vita, seppero che il loro meraviglioso viaggio aveva avuto uno scopo: avevano regalato la speranza a chi le guardava. La piccola stella, osservava l'infinita bellezza delle sue compagne d'avventura, aspettando di diventare come loro e dare un senso al suo vivere, ma non accadde nulla.
Dal libro Sogni, Stelle e Sussurri di Francesca Murgia
venerdì 18 marzo 2016
In Sardegna come in Perù
Nell'epoca in cui l'uomo averebbe dovuto essere una specie di scimmia
che viveva nelle caverne, anacronistici architetti costruivano
misteriose ed impossibili opere
ingegneristiche in parti del mondo lontanissime e, a giudicare da
certe analogie tecniche, forse avevano studiato tutti nella stessa
università...
La chiesa dei misteri
La chiesa patronale di San
Leonardo, costruita intorno al XVI secolo, sarà una delle mete di
“Monumenti Aperti 2015”.
I visitatori potranno ammirare il campanile a pianta ottagonale, unico in tutto il sud della Sardegna, il bellissimo fonte battesimale, le meravigliose tele di Domenico Tonelli, l'antichissima cappella del Santissimo. Ciò che invece resterà chiuso e nessuno vedrà, è “la leggendaria cripta della chiesa di San Leonardo”. Infatti, anche se gli abitanti di Serramanna ne hanno sempre sentito parlare, questo luogo misterioso nessuno l'ha mai visto e nessuno sa se realmente esista. Da molte generazioni, “si dice” che dietro l'altare maggiore si nasconda l'ingresso di un luogo segreto. Le versioni sono tante: una cripta, ciò che resta di un'antica chiesa, un passaggio segreto che attraversava il paese e conduceva fino alla chiesa di San Sebastiano, un vecchio cimitero. Dicerie, “Contus de forredda” dei nostri nonni, leggende, oppure c'è qualcosa di vero? Indaghiamo. Le ricerche in rete, i vari testi su Serramanna e sulla chiesa, gli opuscoli pubblicati nel corso degli anni, conducono tutti allo stesso nome: Salvador Vidal, monaco e scrittore sardo vissuto tra il 1575 ed il 1647. Nel 1639, nel libro “Annales Sardiniae”, raccontava che la chiesa di San Leonardo era stata costruita sopra ciò che restava di un'altra chiesa che custodiva preziose reliquie di santi (Subterranea subestalia ecclesia obruta).
Forse la leggenda è cominciata proprio con questo libro, ma non abbiamo la certezza che sia attendibile. Proseguendo la nostra ricerca in biblioteca, troviamo per caso un atto notarile del 1696 nel quale “Giovanni Battista Crobu, Procuratore della parrocchiale chiesa del paese di Serramanna” affida al “maestro Bachisio Pirella, muratore” l'incarico di terminare i lavori già cominciati della cupola e dei tre bracci della soletta della chiesa. Nasce a questo punto una domanda: se quella zona era ancora in costruzione, l'altare dove si trovava? E' possibile che, se la cripta c'è, non sia sotto l'altare maggiore che conosciamo oggi? Forse è necessario concentrarsi sulla costruzione più vecchia.
All'interno della
chiesa, la cappella di Santa Maria e quella della Madonna di Pompei
sono le uniche che ancora conservano il pavimento antico. L'atmosfera
profuma di un passato lontano. Potrebbero fornirci qualche indizio?
Don
Giuseppe Pes, l'attuale parroco, conferma che qualcosa c'è. «Nella
pavimentazione della cappella del Santissimo, sembrerebbe che ci sia
quantomeno un varco. Sarebbe bello poter scoperchiare quella fila di
mattonelle per verificare cosa c'è sotto. Ma, per poterlo fare,
occorre l'autorizzazione della Sovrintendenza Archeologica» Ed
eccoci quindi, con un po' di amarezza, giunti al capolinea: sotto la
cappella di Santa Maria, la più antica di tutta la chiesa, potrebbe
nascondersi la cripta che stiamo cercando, antiche sepolture
dimenticate, un passaggio segreto che conduce chissà dove, oppure la
chiesa sotterranea di Vidal, ma la nostra ricerca deve interrompersi
di fronte al vicolo cieco delle regole e delle difficoltà
burocratiche.
Francesca Murgia
(Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Medio Campidano http://www.lagazzetta.eu/)
(Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Medio Campidano http://www.lagazzetta.eu/)
“Serramanna
scorci di vita paesana” di Luigi Muscas, 1993. Serramanna, Storia
di una comunità agricola del campidano, Fernando Caboni, 2008.
“Serramanna
insolita”, di Paolo Casti, 2010.
“Serramanna
piccole note sulla storia e su alcuni monumenti del paesone” di
Alessandro Zucca, 2011-
Vigilia (racconto natalizio di Francesca Murgia)
In alto, nello sconfinato cielo senza inizio e
senza fine, viveva una stella che trascorreva il suo tempo a
curiosare sulle abitudini di vita nei pianeti intorno a lei. Aveva
deciso di scrivere un libro illustrato su usi e costumi dei popoli
dell'universo. Scrutava in ogni direzione aiutandosi con il suo
telescopio e scriveva le informazioni che raccoglieva su di un
piccolo block notes. Voleva essere la prima stella scrittrice di
tutto l'universo.
Quando cominciò a scrivere il capitolo sulle feste tradizionali della via lattea, puntò il suo telescopio verso il pianeta blu: la Terra.
Era il 24 Dicembre e la stella sapeva che in quella data, molti residenti, festeggiavano una ricorrenza che si chiamava "Vigilia di Natale".
Guardò a destra e poi a sinistra. Il potente zoom, avvicinava l'immagine milioni e milioni di volte. Inquadrò prima la Terra e poi l'Europa. L'isola chiamata Sardegna spiccava in mezzo al mare e la stella puntò l'oculare dritto verso il Medio Campidano, sopra un alto campanile dalla pianta ottagonale. Le lancette del grande orologio in cima al monumento indicavano l'ora: le 8.14 pomeridiane. Mancavano meno di 4 ore a Natale. Osservò la lunga via principale, sulla quale transitavano alcune automobili e qualche persona a piedi. Le serrande dei negozi ancora aperti, si abbassavano una dopo l'altra: tutti avevano fretta di tornare alle loro case dove erano attesi dai parenti per condividere insieme l'abbondante cena della Vigilia. Molti, più tardi, sarebbero andati a messa, altri invece avrebbero fatto un'allegra partita a carte o a tombola. Le finestre illuminate incorniciavano sereni quadretti familiari: mamme indaffarate che preparavano la cena, caminetti accesi con dentro la carne che arrostiva lentamente, alberi di Natale colorati, bambini che aspettavano Babbo Natale e persone sorridenti che non vedevano l'ora di mangiare e aprire i regali. In mezzo a tutta quella bella luce che usciva dalle case, però, spiccava una finestra animata solo da un debole chiarore. La stella, incuriosita, sbirciò dentro e, oltre il vetro sottile, vide una giovane donna che guardava fuori, verso di lei...
"Stellina bella, proteggi il mio bambino che presto nascerà e aiutaci a risolvere i nostri problemi" pregava piangendo, accarezzandosi la pancia, la ragazza alla finestra. Il tavolo dietro di lei non era apparecchiato e al centro ardeva una candela, sola fonte di luce in tutta la casa.
Non era un bel periodo per Maria e suo marito Giuseppe.
Si erano sposati due anni prima, quando lui lavorava come falegname in un mobilificio e lei era impiegata in uno studio notarile. Sognavano di avere una casa tutta loro e dei bambini, perciò, dopo un semplice rito civile al quale parteciparono solo il sindaco ed i testimoni, chiesero un prestito in banca e acquistarono una vecchia casetta che con qualche lavoretto di restauro divenne abitabile. Per vent'anni, ogni mese avrebbero dovuto restituire alla banca cinquecento euro. I primi mesi della loro vita insieme furono bellissimi, ma la loro felicità non era destinata a durare: il mobilificio nel quale lavorava Giuseppe, chiuse all'improvviso. Il proprietario dichiarò fallimento e non pagò quanto doveva a nessuno dei suoi dipendenti. Dopo appena un mese, il notaio presso il quale lavorava Maria, morì di un brutto male che nemmeno sapeva di avere e il suo studio venne chiuso. I due sposi si ritrovarono entrambi senza lavoro e con il mutuo da pagare. Fu allora che Maria scoprì di aspettare un bambino. La cosa che tanto desideravano era successa nel momento più difficile della loro vita. Cercarono nuovi lavori, ma in quel periodo di profonda crisi dello Stato Italiano, nessuno voleva assumere nuovi dipendenti. I pochi soldi che la coppia aveva da parte finirono presto e non poterono più pagare il mutuo. La pancia di Maria cresceva e Giuseppe dovette arrangiarsi a fare qualche lavoretto in nero per poter fare almeno la spesa e mangiare. Non avevano più la corrente elettrica perché non avevano pagato alcune bollette. La candela era la sola luce che potevano permettersi. Giuseppe rifiutava di rivolgersi agli assistenti sociali per farsi aiutare: voleva essere lui a provvedere alla sua famiglia e poi aveva paura che se avessero saputo che erano in grande difficoltà, appena il loro bimbo fosse nato, gliel'avrebbero portato via e dato in affidamento ad un'altra famiglia. Presto però le cose sarebbero cambiate: il 2 Gennaio sarebbe partito in Germania da suo cugino Giovanni e avrebbe cercato lavoro lì. Maria avrebbe partorito a metà Gennaio e, con il bambino, sarebbe andata a vivere per un po' da sua cugina Elisabetta: la casa che avevano tanto desiderato bisognava affittarla per recuperare un po' di soldi per andare avanti.
Maria si asciugò le lacrime e si voltò verso il suo Giuseppe che, con alcuni rami trovati in campagna, cercava di accendere un fuocherello dentro al camino. La loro cena della vigilia sarebbe stata una tazza di latte che avrebbero scaldato accanto al fuoco: anche la bombola del gas era finita...
Un dolore fortissimo alla schiena le fece trattenere il fiato e capì che il suo bambino aveva deciso di nascere in anticipo. Giuseppe smise di armeggiare con la legna e corse da lei. "E' una tragedia! Bisogna andare in ospedale!" le disse spaventato e si ricordò che la loro auto era guasta e che anche il cellulare era senza credito.
"Vai a chiedere ai vicini di farti chiamare un'ambulanza" disse lei sentendo un'altra contrazione. Lui corse fuori e bussò alla porta della casa a fianco, ma si ricordò che erano a cena dai parenti. Provò altre tre case, ma nessuno aprì. Tornò di corsa da Maria.
"Non trovo nessuno! Vado a piedi dal medico e lo faccio venire qui..."
"No Giuseppe, resta con me: credo che il bambino stia proprio nascendo...non c'è tempo!" gli disse tra le lacrime, sentendo un'altra contrazione fortissima. Lui l'accompagnò in camera, aiutandola a distendersi nel letto e con coraggio decisero di affrontare da soli quel parto improvviso.
Intanto la stella ascoltava e leggeva nei loro pensieri i problemi, le paure e le speranze dei due innamorati e capì che non poteva lasciarli da soli ad affrontare quella prova. Non sarebbe rimasta a guardare da lontano senza fare nulla: mise via il telescopio e, senza nemmeno perdere tempo a preparare i bagagli, volò a velocità supersonica verso il lontano Medio Campidano. Era talmente veloce che dietro di lei si formò una lunghissima scia luminosa e, quando atterrò sulla casetta di Giuseppe e Maria, il paesetto s'illuminò come se fosse mezzogiorno. Invece, era mezzanotte e, in quell'istante, il grido di Maria che partoriva, ruppe il silenzio della notte. Mentre le campane del campanile ottagonale rintoccavano a festa, la gente uscì dalle case per vedere quella luce magica che si era posata sul tetto di Maria e Giuseppe. Il pianto del bambino appena nato entrò nei cuori degli abitanti del paesetto e tutti, nelle loro possibilità, si affrettarono a dare una mano d'aiuto: qualcuno chiamò il medico ed un'ostetrica, qualcun altro portò un po' di legna e accese un caldo fuoco per riscaldare la casa. Scatole di corredino per neonato, pannolini, una culla, un fasciatoio ed una carrozzina, invasero la casa. Il meccanico portò via la macchina di Giuseppe per aggiustarla subito. Il frigorifero, venne riempito di provviste e tornò perfino la corrente elettrica. Una bombola di gas piena prese il posto di quella vuota e qualcuno preparò il caffè per tutti. Era una processione di gente che portava la sua solidarietà alla piccola famiglia. Quando arrivò l'ambulanza per trasportare Maria ed il suo bambino in ospedale, Giuseppe, uscì di casa con le lacrime agli occhi ringraziò per la grande generosità. Gabriele, un artigiano del paese, gli si avvicinò e, dandogli gli auguri per il lieto evento, gli disse «Sto cercando qualcuno che mi aiuti nella mia falegnameria. So che tu sei bravo. Se vuoi, puoi cominciare il 2 Gennaio» e gli mise in mano una bustina bianca con dentro un po' di soldi.
Maria ed il suo piccino vennero portati fuori di casa, su una barella. I compaesani applaudirono felici.
Prima che le porte dell'ambulanza si chiudessero, la giovane mamma guardò la stella che, da sopra la sua umile casa, illuminava il paese.
“Grazie per il grande dono che ci hai appena fatto, stellina. Ti chiedo solo un'altra cosa: aiuta mio figlio a crescere felice nella sua Terra e la sua generazione a salvare la nostra isola. Fai in modo che la Sardegna torni ad essere un luogo prospero per tutti e che nessuno debba mai più emigrare perché non sa come fare a sopravvivere.”
Quando l'ambulanza si allontanò silenziosa, la stella si sollevò in volo e lentamente tornò in cielo. Sotto di lei, la piccola folla si disperse e tutti rientrarono nelle loro case, andando finalmente a dormire.
Giunta a destinazione, la stella prese il suo bloc notes e cominciò a scrivere la storia della vigilia di Natale. Sicuramente un editore l'averebbe pubblicata in un libro e lei avrebbe realizzato il suo sogno: sarebbe diventata la prima stella scrittrice dell'universo!
Quando cominciò a scrivere il capitolo sulle feste tradizionali della via lattea, puntò il suo telescopio verso il pianeta blu: la Terra.
Era il 24 Dicembre e la stella sapeva che in quella data, molti residenti, festeggiavano una ricorrenza che si chiamava "Vigilia di Natale".
Guardò a destra e poi a sinistra. Il potente zoom, avvicinava l'immagine milioni e milioni di volte. Inquadrò prima la Terra e poi l'Europa. L'isola chiamata Sardegna spiccava in mezzo al mare e la stella puntò l'oculare dritto verso il Medio Campidano, sopra un alto campanile dalla pianta ottagonale. Le lancette del grande orologio in cima al monumento indicavano l'ora: le 8.14 pomeridiane. Mancavano meno di 4 ore a Natale. Osservò la lunga via principale, sulla quale transitavano alcune automobili e qualche persona a piedi. Le serrande dei negozi ancora aperti, si abbassavano una dopo l'altra: tutti avevano fretta di tornare alle loro case dove erano attesi dai parenti per condividere insieme l'abbondante cena della Vigilia. Molti, più tardi, sarebbero andati a messa, altri invece avrebbero fatto un'allegra partita a carte o a tombola. Le finestre illuminate incorniciavano sereni quadretti familiari: mamme indaffarate che preparavano la cena, caminetti accesi con dentro la carne che arrostiva lentamente, alberi di Natale colorati, bambini che aspettavano Babbo Natale e persone sorridenti che non vedevano l'ora di mangiare e aprire i regali. In mezzo a tutta quella bella luce che usciva dalle case, però, spiccava una finestra animata solo da un debole chiarore. La stella, incuriosita, sbirciò dentro e, oltre il vetro sottile, vide una giovane donna che guardava fuori, verso di lei...
"Stellina bella, proteggi il mio bambino che presto nascerà e aiutaci a risolvere i nostri problemi" pregava piangendo, accarezzandosi la pancia, la ragazza alla finestra. Il tavolo dietro di lei non era apparecchiato e al centro ardeva una candela, sola fonte di luce in tutta la casa.
Non era un bel periodo per Maria e suo marito Giuseppe.
Si erano sposati due anni prima, quando lui lavorava come falegname in un mobilificio e lei era impiegata in uno studio notarile. Sognavano di avere una casa tutta loro e dei bambini, perciò, dopo un semplice rito civile al quale parteciparono solo il sindaco ed i testimoni, chiesero un prestito in banca e acquistarono una vecchia casetta che con qualche lavoretto di restauro divenne abitabile. Per vent'anni, ogni mese avrebbero dovuto restituire alla banca cinquecento euro. I primi mesi della loro vita insieme furono bellissimi, ma la loro felicità non era destinata a durare: il mobilificio nel quale lavorava Giuseppe, chiuse all'improvviso. Il proprietario dichiarò fallimento e non pagò quanto doveva a nessuno dei suoi dipendenti. Dopo appena un mese, il notaio presso il quale lavorava Maria, morì di un brutto male che nemmeno sapeva di avere e il suo studio venne chiuso. I due sposi si ritrovarono entrambi senza lavoro e con il mutuo da pagare. Fu allora che Maria scoprì di aspettare un bambino. La cosa che tanto desideravano era successa nel momento più difficile della loro vita. Cercarono nuovi lavori, ma in quel periodo di profonda crisi dello Stato Italiano, nessuno voleva assumere nuovi dipendenti. I pochi soldi che la coppia aveva da parte finirono presto e non poterono più pagare il mutuo. La pancia di Maria cresceva e Giuseppe dovette arrangiarsi a fare qualche lavoretto in nero per poter fare almeno la spesa e mangiare. Non avevano più la corrente elettrica perché non avevano pagato alcune bollette. La candela era la sola luce che potevano permettersi. Giuseppe rifiutava di rivolgersi agli assistenti sociali per farsi aiutare: voleva essere lui a provvedere alla sua famiglia e poi aveva paura che se avessero saputo che erano in grande difficoltà, appena il loro bimbo fosse nato, gliel'avrebbero portato via e dato in affidamento ad un'altra famiglia. Presto però le cose sarebbero cambiate: il 2 Gennaio sarebbe partito in Germania da suo cugino Giovanni e avrebbe cercato lavoro lì. Maria avrebbe partorito a metà Gennaio e, con il bambino, sarebbe andata a vivere per un po' da sua cugina Elisabetta: la casa che avevano tanto desiderato bisognava affittarla per recuperare un po' di soldi per andare avanti.
Maria si asciugò le lacrime e si voltò verso il suo Giuseppe che, con alcuni rami trovati in campagna, cercava di accendere un fuocherello dentro al camino. La loro cena della vigilia sarebbe stata una tazza di latte che avrebbero scaldato accanto al fuoco: anche la bombola del gas era finita...
Un dolore fortissimo alla schiena le fece trattenere il fiato e capì che il suo bambino aveva deciso di nascere in anticipo. Giuseppe smise di armeggiare con la legna e corse da lei. "E' una tragedia! Bisogna andare in ospedale!" le disse spaventato e si ricordò che la loro auto era guasta e che anche il cellulare era senza credito.
"Vai a chiedere ai vicini di farti chiamare un'ambulanza" disse lei sentendo un'altra contrazione. Lui corse fuori e bussò alla porta della casa a fianco, ma si ricordò che erano a cena dai parenti. Provò altre tre case, ma nessuno aprì. Tornò di corsa da Maria.
"Non trovo nessuno! Vado a piedi dal medico e lo faccio venire qui..."
"No Giuseppe, resta con me: credo che il bambino stia proprio nascendo...non c'è tempo!" gli disse tra le lacrime, sentendo un'altra contrazione fortissima. Lui l'accompagnò in camera, aiutandola a distendersi nel letto e con coraggio decisero di affrontare da soli quel parto improvviso.
Intanto la stella ascoltava e leggeva nei loro pensieri i problemi, le paure e le speranze dei due innamorati e capì che non poteva lasciarli da soli ad affrontare quella prova. Non sarebbe rimasta a guardare da lontano senza fare nulla: mise via il telescopio e, senza nemmeno perdere tempo a preparare i bagagli, volò a velocità supersonica verso il lontano Medio Campidano. Era talmente veloce che dietro di lei si formò una lunghissima scia luminosa e, quando atterrò sulla casetta di Giuseppe e Maria, il paesetto s'illuminò come se fosse mezzogiorno. Invece, era mezzanotte e, in quell'istante, il grido di Maria che partoriva, ruppe il silenzio della notte. Mentre le campane del campanile ottagonale rintoccavano a festa, la gente uscì dalle case per vedere quella luce magica che si era posata sul tetto di Maria e Giuseppe. Il pianto del bambino appena nato entrò nei cuori degli abitanti del paesetto e tutti, nelle loro possibilità, si affrettarono a dare una mano d'aiuto: qualcuno chiamò il medico ed un'ostetrica, qualcun altro portò un po' di legna e accese un caldo fuoco per riscaldare la casa. Scatole di corredino per neonato, pannolini, una culla, un fasciatoio ed una carrozzina, invasero la casa. Il meccanico portò via la macchina di Giuseppe per aggiustarla subito. Il frigorifero, venne riempito di provviste e tornò perfino la corrente elettrica. Una bombola di gas piena prese il posto di quella vuota e qualcuno preparò il caffè per tutti. Era una processione di gente che portava la sua solidarietà alla piccola famiglia. Quando arrivò l'ambulanza per trasportare Maria ed il suo bambino in ospedale, Giuseppe, uscì di casa con le lacrime agli occhi ringraziò per la grande generosità. Gabriele, un artigiano del paese, gli si avvicinò e, dandogli gli auguri per il lieto evento, gli disse «Sto cercando qualcuno che mi aiuti nella mia falegnameria. So che tu sei bravo. Se vuoi, puoi cominciare il 2 Gennaio» e gli mise in mano una bustina bianca con dentro un po' di soldi.
Maria ed il suo piccino vennero portati fuori di casa, su una barella. I compaesani applaudirono felici.
Prima che le porte dell'ambulanza si chiudessero, la giovane mamma guardò la stella che, da sopra la sua umile casa, illuminava il paese.
“Grazie per il grande dono che ci hai appena fatto, stellina. Ti chiedo solo un'altra cosa: aiuta mio figlio a crescere felice nella sua Terra e la sua generazione a salvare la nostra isola. Fai in modo che la Sardegna torni ad essere un luogo prospero per tutti e che nessuno debba mai più emigrare perché non sa come fare a sopravvivere.”
Quando l'ambulanza si allontanò silenziosa, la stella si sollevò in volo e lentamente tornò in cielo. Sotto di lei, la piccola folla si disperse e tutti rientrarono nelle loro case, andando finalmente a dormire.
Giunta a destinazione, la stella prese il suo bloc notes e cominciò a scrivere la storia della vigilia di Natale. Sicuramente un editore l'averebbe pubblicata in un libro e lei avrebbe realizzato il suo sogno: sarebbe diventata la prima stella scrittrice dell'universo!
FrancescaMurgia
(Racconto pubblicato sulla Gazzetta del Medio Campidano http://www.lagazzetta.eu/ )
Alla scoperta della lettura
«Perchè
ti piace leggere?»
«Perchè
si scoprono tante cose nuove»
Anna,
sei anni, con la sua risposta semplice e acuta, lascia senza parole
gli adulti intorno a lei.
L'amore
per la lettura, certe volte, è un piccolo tesoro che ci tiene per
mano sin dall'infanzia, come se fosse parte del nostro patrimonio
genetico, una nota che compone la sinfonia della nostra vita,
accompagnandoci, sorprendendoci e facendoci volare lontano con la
fantasia, ogni giorno.
Anna
ha avuto questa grande fortuna: il suo amore per i libri è nato
insieme a lei e l'accompagnerà per sempre. Tanti e tanti libri che
certe volte comprerà, ma tante altre volte prenderà in prestito in
biblioteca.
Tanti
bambini non lo sanno, ma tutti, proprio come fa Anna, possono
iscriversi in biblioteca e portare a casa i libri che vogliono e,
dopo averli letti, restituirli e pre/nderne in prestito altri!
Proprio
per promuovere i libri e far conoscere la bellezza della lettura, la
Biblioteca comunale “Giovanni Solinas” in collaborazione con
l'associazione culturale “Gruppo F.R.A.D.E.S.”, con il patrocinio
del Comune di Serramanna, già dal mese di Febbraio porta avanti un
progetto di attività, visite e incontri.
Anche
l'evento “Aperitivo d'Autore” fa parte di questo progetto. Ogni
Giovedì, lettori di tutte le età, alle ore 17.00, varcano la soglia
della biblioteca e prendono posto per assistere alla presentazione
letteraria di turno: romanzi, favole e saggi di autori locali sono i
protagonisti di questi piacevoli pomeriggi in compagnia, dove l'amore
per la lettura è il collante che unisce tra loro persone in
apparenza diverse e lontane. Ogni presentazione è una sorpresa:
diverso libro, diverso autore, diverso modo di esporre, raccontare,
leggere, spiegare. Ogni volta, sopratutto grazie alla preziosa
collaborazione della bravissima bibliotecaria Fabiola e dei ragazzi
di F.R.A.D.E.S. che accompagnano e guidano gli autori in questa
emozionante avventura, un piacevole incontro di condivisione. E ogni
settimana, sempre più gente affolla la biblioteca partecipando al
piacevole evento. Si dice spesso che ormai non si legga più, ma non
è così: i lettori ci sono sempre. Tanti. Si mimetizzano tra i non
lettori senza ostentare la loro più grande passione, spostandosi tra
realtà e voli nel loro mondo incantato fatto di fantasia e sogni,
alternandosi tra pagine ingiallite dal tempo ed eBook Reader di
ultima generazione. Escono allo scoperto, mostrando la loro natura di
divoratori di inchiostro, solo durante le grandi occasioni. E, la
presentazione di un libro dentro una biblioteca, è un'occasione
grandissima: cosa c'è di più meraviglioso per un lettore che stare
seduto di fronte ad uno scrittore che presenta un libro e avere
intorno centinaia di volumi che, in un muto invito, sussurrano
"prendi me...prendi me...prendi me...". Così mentre con un
orecchio si ascolta l'autore che racconta il suo lavoro, con gli
occhi ci si guarda intorno alla ricerca di un libro da portare a
casa. Anche Anna fa così, anzi, lei non aspetta di arrivare a casa:
lei, alla fine della presentazione, intanto che i grandi bevono il
loro aperitivo, comincia sfogliare il libro che ha scelto e, seduta
su una sedia rossa, guarda le illustrazioni e sogna una nuova storia
che la farà volare lontano e che le farà scoprire tante cose
nuove...
Francesca
Murgia
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