☆¤*¤☆ La Porta Delle Stelle☆¤*¤☆

A cura di ☆Francesca Murgia e Augusto Ser Serra☆

Entra in questo magico mondo, dove realtà e fantasia si confondono

giovedì 9 novembre 2017

Il lungo viaggio di Pietro (racconto vincitore del concorso letterario indetto dall'Associazione culturale Il Pungolo "Scriviamo la nostra storia")

Pietro guidava con molta prudenza la sua macchina fabbricata in Germania. Stava sotto i limiti di velocità e guardava dritto davanti a se, stringendo forte il volante. Erano 38 anni che non percorreva quella strada, ma la ricordava come se fosse passato da lì il giorno prima. Allora, guidava una piccola Fiat scassata di quarta mano, con il motore che ogni tanto tossiva e l'acqua del radiatore che andava in ebollizione. Alla velocità di 40 chilometri orari, l'aveva condotto lontano dal suo paese e lui, per tutta la durata del lungo viaggio, aveva giurato a se stesso di non tornare mai più.
Aveva mantenuto il suo proposito per tanti anni, ora però, dopo una vita intera lontano dal suo paese natale, stava tornando.
Il campanile e la cupola della chiesa di San Leonardo, comparvero in lontananza, prima ancora del cartello che indicava Serramanna. Sulla parte più alta della torre campanaria, spiccava un orologio che Pietro non aveva mai visto. Era stato rimosso prima della sua nascita e, al suo posto, proprio sopra le campane, c'erano due buchi che non contenevano nulla. L'uomo sentì uno strano tuffo al cuore.
In tutti quegli anni non aveva mai sofferto di nostalgia per il suo paese e rimase stupito dalla sua reazione alla semplice vista della chiesa.
Era andato via da Serramanna subito dopo la morte di suo padre, dopo un brutto litigio con la madre. Una storia di eredità, di divisione di terreni, di figli preferiti e altri meno considerati.
Lui, convinto di essere quello meno amato di tutti, aveva deciso di tagliare i rapporti con sua madre, i suoi tre fratelli e le due sorelle ed era andato via con una piccola valigia di cartone marrone ed i suoi pochi risparmi prelevati dal Banco di Sardegna e nascosti nel calzino sinistro.
Quell'azione dettata dalla rabbia, cambiò tutto il corso della sua vita.
Il destino volle che trovasse subito un buon lavoro in Germania. Dopo poco tempo s'innamorò di una ragazza emigrata da Orosei. Si fidanzarono e dopo qualche tempo si sposarono. Gli anni passarono in fretta, tra impegni, amore per sua moglie, figli da crescere, gioie e dolori.
Durante le vacanze estive, si recavano ogni anno al paese della moglie, ma mai al suo. Lei provava a convincerlo ad andare a fare visita ai suoi parenti, ma lui non ne voleva sapere. Era arrabbiato. Non mantenne i contatti con nessuno e, Serramanna e la sua famiglia, divennero solo un ricordo sul quale evitava di soffermarsi, un pensiero lontano quasi quanto i chilometri che lo separavano dalle sue radici.
A Pietro ormai, sembrava che ogni legame fosse spezzato ma, una lettera con il timbro postale del suo paese, lo obbligò a ricredersi.
Sua sorella più piccola, Anna, che mai in 38 anni lo aveva cercato, gli comunicava che la madre era deceduta e che, per poter vendere la casa, occorreva la sua firma.

La notizia lo lasciò indifferente. Ignorò la lettera e finse di non averla mai ricevuta. Dopo sette lettere e quattro telefonate di un avvocato, sua moglie lo convinse a recarsi a Serramanna e firmare ciò che volevano i suoi parenti.
Se voleva liberasi della sua poco amorevole famiglia e tornare alla sua vita serena lontano da loro, doveva provvedere a risolvere tutte le faccende in sospeso. Così, con poco entusiasmo e nessuna emozione, si era deciso ed era partito.
Le prime case cominciarono a scorrere fuori dai finestrini, accogliendolo nel paese della sua infanzia e gioventù. Guardò il distributore di benzina alla sua sinistra e sorrise tra se, pensando a quante volte da ragazzino era andato lì a mettere la miscela al "Ciao" rosso di suo padre. Parcheggiò accanto ai campi da tennis ed entrò nella caffetteria a sinistra. Aveva bisogno di bere un caffè prima di affrontare fratelli e sorelle. Al bancone, un uomo che doveva avere circa la sua età, prese a guardarlo con insistenza. Pietro lo riconobbe: era un suo compagno delle scuole medie. Pagò in fretta e andò via prima che quello attaccasse bottone. Non aveva voglia di parlare con nessuno. Non gli andava di ricordare i bei tempi andati con persone che non vedeva da quasi quarant'anni. Salì in macchina e ripartì. All'incontro con i fratelli e le sorelle mancavano ancora due ore, così decise di fare un giro. Davanti a quella che un tempo era stata la chiesa di Sant'Angelo, scoprì che era diventata un museo d'arte sacra, ma era chiuso. Svoltò in via Serra e vide che il calzolaio si era trasferito dove prima c'era un meccanico. Con la coda dell'occhio notò che i casermoni di via XXV Aprile erano ancora al loro posto: quando era ragazzo, il circo piazzava il tendone in quel terreno ed il sabato, i venditori ambulanti, lì, facevano il mercato. Una strana sensazione gli chiuse lo stomaco e gli mancò il respiro.
Arrivato alla Croce Santa, si accorse che era stata restaurata e che era circondata da una bella rotonda fiorita. A sinistra, c'era un tabacchino. Ripensò a quando da piccolo entrava a comprare le sigarette per il padre e zia Giulia appoggiava il suo lavoro a uncinetto e lo serviva. Chissà quante coperte e centrini aveva fatto tra un cliente e l'altro! Mentre passava davanti, qualcuno aprì la porta e, per un'istante, vide la signora alla quale stava pensando: era ancora lì con l'uncinetto in mano! Pietro, incredulo, strinse forte le labbra e andò oltre.
Arrivò in piazza Matteotti.
"Lo zampillo" che conosceva lui era stato sostituito da un altro più moderno.
Le panchine di marmo dei suoi ricordi non c'erano più, anch'esse sostituite. L'edicola era rimasta la stessa, ma il bar dove aveva trascorso tante sere estive insieme ai suoi amici, era chiuso.
Andò dritto, verso la stazione. Il passaggio a livello era chiuso e si fermò ad aspettare. Erano stati fatti i lavori per un sottopassaggio ma, evidentemente, non era mai stato inaugurato. Dopo parecchi minuti il treno passò e, finalmente, poté attraversare i binari. Proseguì sino alla fine di viale Matteotti e si stupì trovandosi di fronte una grande rotonda che conteneva la statua di una Madonna e tanti fiori. Percorse il ponte che portava fino a “Santa Maria”. Parcheggiò l'auto davanti al cancello accanto ad un chiosco bar ed entrò nel piazzale, attraversandolo. La chiesetta campestre era stata restaurata e sembrava un'altra. L'alto palco che veniva usato durante la festa, non c'era più. Camminò lungo l'inferriata, guardando verso la stradina polverosa. Si accorse che le sculture a forma di tubetti di colore ai piedi degli eucaliptus, erano state rimosse. Non c'era più nemmeno la scultura bianca di fronte all'ingresso della chiesa. Si sedette a riposare su una grossa pietra e ripensò alle feste, alla gente allegra, alle bancarelle con le noccioline ed il torrone, alla baracca dove il giorno di Santa Maria andava a mangiare il muggine arrosto insieme alla sua famiglia. Gli parve di sentirne l'odore. Gli sembrò quasi che, da allora, non fosse passata una vita intera. Respirò a fondo. Una sensazione di nausea lo tormentava. Ripercorse lentamente il piazzale e tornò in macchina.
Si guardò intorno. A parte una ragazza che camminava tenendo un cane al guinzaglio, non vide nessuno. Molti terreni erano incolti. La campagna che ricordava lui, piena di uomini e donne che lavoravano, non esisteva più. Mise in moto e fece inversione di marcia. Ripercorse il ponte. Si rivide bambino con la madre che lo teneva per mano ed insieme ad una folla di compaesani, all'imbrunire del 9 Settembre, con le candele accese, canti e preghiere, riportavano in processione la statua di Santa Maria fino alla chiesa di San Leonardo, dove venivano accolti con le campane che suonavano a festa. Proprio come il giorno di Pasqua, quando c'era "S'incontru" e le campane suonavano per Gesù e la Madonna che s' incontravano e tutti applaudivano. Percorse Viale Matteotti e poi Via Roma. Arrivato in Piazza Martiri, guardò verso il piazzale della parrocchia e cercò con gli occhi la statua della Madonna nella grotta.
La grotta non esisteva più.
Le mani gli tremarono e strinse forte il volante. Avrebbe voluto fare una breve passeggiata nel piazzale e guardare la statua da vicino, ma non trovò parcheggio e tirò dritto, deluso.
Decise di dirigersi verso la cantina sociale. Gli era tornata in mente la vendemmia. Pensava ai rimorchi carichi di uva che, per poter consegnare i grappoli, restavano in fila per ore in via Principe Umberto. Si rivide ragazzino mentre, con il bidone di plastica, andava a comprare il vino insieme a suo padre. Ricordò la grande bilancia sulla quale saliva per pesarsi e l'odore del mosto che riempiva l'aria. Quando arrivò a destinazione, non riusciva a credere ai suoi occhi: la cantina era abbandonata. Tutto era in rovina e le erbacce avevano invaso il piazzale. Infastidito, accelerò e andò in direzione della casa dei suoi genitori. Voleva risolvere la faccenda e andarsene prima possibile. Erano passati troppi anni e Serramanna non era come la ricordava. I suoi genitori non c'erano più. Sentiva un peso nel petto che lo soffocava.
La strada era stretta e piena di macchine parcheggiate. Lasciò l'auto molto lontano e s'incamminò a piedi. Cercò di non pensare ai giochi con i suoi fratelli e gli altri bambini del vicinato, alle corse a piedi scalzi, alle ginocchia sbucciate, alla madre che all'imbrunire strillava dalla porta di casa, chiamandoli per la cena... Ma la sua testa era piena di ricordi che saltavano fuori uno dopo l'altro ed un maremoto di sentimenti lo sommergeva.
E finalmente, arrivò.
La facciata della casa della sua infanzia e giovinezza era stata tinteggiata di recente e gli infissi in legno sostituiti con moderno pvc. Sui davanzali delle finestre i gerani di sua madre erano in fiore. Con le mani gelate ed una grande voglia di fuggire lontano, prese un lungo respiro e suonò il campanello. Attese per un tempo che gli parve non finire più, ma che in realtà durò soltanto pochissimi secondi. La porta si aprì ed una donna anziana vestita di nero, con gli occhi lucidi, lo fissò in silenzio.
Pietro credette che il cuore stesse per esplodergli dentro le orecchie.
«Mamma...» mormorò incredulo pensando di avere un'allucinazione «Non sei morta...»
Il viso dell'anziana donna si riempì di lacrime «No figlio mio, non sono morta. Non potevo morire prima di averti rivisto e averti chiesto perdono. Lo volevo fare sin dal primo momento. Volevo mettere a posto tutti gli errori, ma tu sei andato via e non sei tornato. Ti ho aspettato sempre. Ogni volta che sentivo suonare il campanello o squillare il telefono, pensavo fossi tu. Ma sbagliavo. Nessuno sapeva dove fossi andato e nemmeno se fossi ancora vivo. Ti abbiamo cercato tanto.»
Pietro, aveva le gambe e le mani che tremavano e si appoggiò alla porta.
«Perché mi è stato detto che eri morta?»
«Avevo paura che non saresti tornato.»
L'uomo, sentì sciogliere dentro il suo cuore tutta la rabbia, la delusione, il rancore, la tristezza e la nostalgia che per tutti quegli anni lo avevano accompagnato silenziosi. Si specchiò negli occhi pieni di lacrime di sua madre e vide riflessa tutta la sua stupidità: era rimasto una vita intera lontano per colpa di una discussione. Per la prima volta dopo 38 anni, pianse.
Entrò in casa e abbracciò la donna che aveva aspettato il suo ritorno.
«Perdonami tu mamma...perdonami se puoi...»
Intorno a loro, i fratelli e le sorelle che in quei lunghi anni lo avevano sempre cercato, commossi e felici, si unirono all'abbraccio.
La moglie lo raggiunse a Serramanna due giorni dopo e poté conoscere la famiglia.
C'era voluto tanto tempo per riunirsi e perdonare la rabbia di un attimo, ora però, il lungo viaggio di Pietro, finalmente, era finito. Era tornato a casa.
Francesca Murgia

lunedì 6 novembre 2017

Il cielo e le stelle: bellezze misteriose senza tempo

Galassia di Andromeda - scatto di Samuele Pinna
Nebulosa di Orione - scatto di Samuele Pinna
Da sempre, il luminoso scintillio delle stelle del cielo e la pallida luna che ogni notte mostra una faccia diversa,  affascinano a catturano gli sguardi degli esseri umani. A loro, dall'alba dei tempi, si rivolgono preghiere, desideri e strofe, sognando la felicità. Spinti dal desiderio di capire, raggiungere, toccare quei puntini luminosi, gli uomini non hanno mai smesso di osservare l'universo.  Per poterlo guardare meglio, hanno inventato attrezzi sempre più potenti che potessero individuare nuove stelle e nuovi mondi. Oggi, i moderni telescopi che catturano le piccole luci proveniente dallo spazio più profondo, continuano a sondare l'ignoto e, astronomi ed astrofili, sbirciando con potenti lenti le meraviglie dell'universo, ancora cercano di rispondere ad una delle domande più vecchie che l'uomo si sia mai posto: "Siamo soli nell'universo?". La risposta, forse non arriverà mai ma, intanto, i bellissimi scatti fatti dalla Terra dagli appassionati del Cielo, immortalano spettacolari attimi  di vita del nostro misterioso universo e noi, sognatori infinitamente piccoli rispetto all'immensa meraviglia che ci sovrasta, senza fiato possiamo solo guardare e stupirci.

Francesca Murgia
Luna - scatto di Samuele Pinna



Pleiadi - scatto di Samuele Pinna





    La donna, una storia scritta dagli uomini


    Occorrerebbero feste o ricorrenze dedicate alle donne se, per secoli e spesso ancora oggi, non fossero stati negati ad esse gli stessi diritti degli uomini? Nelle sue lettere contenute nel Nuovo Testamento, San Paolo ha scritto "Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia." Gli uomini e la religione fecero diventare Legge queste parole e fino a non molti decenni fa era pensiero comune che la donna avesse una mente inferiore a quella dell'uomo e che il suo ruolo nella vita fosse ubbidirgli senza protestare. Era scritto nella Bibbia. Lo affermava San Paolo. Lo imponeva la Chiesa. Lo ribadivano gli uomini. Le donne, quindi, nascevano e crescevano allevate nella convinzione di non poter aspirare a niente di più che ad essere le serve dei loro mariti e partorire i loro figli. Quante lotte hanno dovuto fare per dimostrare di non avere limitazioni fisiche e mentali e poter lavorare, votare, studiare e imparare? Quante lotte dovranno ancora fare per mettere in chiaro una volta per tutte di non essere una proprietà da usare e abusare? Quante lotte ancora, per non rischiare la vita ogni volta che dicono no, ogni volta che gridano basta, ogni volta che scelgono il loro destino?
    Anche se la strada da fare verso la parità è ancora tanta, vedo che in tante stanno mostrando a loro stesse e al mondo che le donne hanno dentro una forza che permette loro rimboccarsi le maniche, raccogliere i pezzi dei loro sogni infranti e affrontare con coraggio le tempeste delle loro vite uscendone vincitrici e più forti. A tutte le donne che non si arrendono davanti alle dure prove del destino, voglio dedicare queste mie parole, con l'augurio che ogni loro giorno possa essere una festa e che possano essere sempre padrone della propria vita e del proprio destino, mai più schiave per dovere, ma compagne per Amore.


    Francesca Murgia

    Menhir, tesori da riscoprire

    Spesso i più grandi tesori si trovano sotto gli occhi di tutti da sempre, ma nessuno (o in pochi) riescono a vederli e ad apprezzarne il valore. Sconosciuti e inesistenti praticamente per tutta la popolazione, se ne stanno fermi e muti da millenni, ad aspettare che qualcuno si accorga "veramente" della loro esistenza, restituendogli la giusta importanza che meritano. Così può capitare che, ciò che per tutti è semplicemente una pietra di notevoli dimensioni, per occhi che guardano oltre la semplice apparenza sia invece un menhir di grandissima importanza archeologica. In un paese che da sempre vive di agricoltura, le grosse pietre che occupano spazio all'interno di un terreno, disturbano. Purtroppo, quando è stato possibile, sono state rimosse dal loro sito originario, spesso diventando materiale di costruzione per chiese e case oppure ornamento di cortili privati. Solo gli esemplari più grandi, troppo difficili da spostare, sono rimasti al loro posto, continuando a essere testimoni silenziosi di infinite albe e tramonti. Eppure, nonostante alcuni di questi megaliti preistorici siano arrivati sino ai nostri giorni, pochi serramannesi sanno che esistono, pochissimi li hanno visti, quasi nessuno sa cosa siano o cosa potrebbero essere. La perda fitta (pietra infissa) più conosciuta di Serramanna( paese del Medio Campidano, in Sardegna) è "Sa Sennoredda". Secondo gli archeologi, il monolite alto più di un metro e mezzo, ornato da una lunga fila verticale di coppelle scolpite, dovrebbe essere una rappresentazione della dea madre (antichissima divinità venerata in Sardegna e presente praticamente in tutte le mitologie della Terra). Simile a quella grande pietra, presso il parco giochi se ne può ammirare un'altra, ma solo in pochi, nonostante sia davvero molto vistosa, si sono accorti della sua presenza.
    La terza, la più invisibile e silenziosa di tutte, si trova nella strada di campagna "bia is perdas". Il nome della strada da già un'idea di cosa potesse esserci in passato e cosa ora non c'è più. Infatti, tradotto in italiano, il nome della strada significa “via delle pietre. A differenza delle altre, non è un lungo monolite. Più bassa e tondeggiante, con una facciata rovinata in tempi recenti dal fuoco, agli sguardi distratti presenta una sola vistosa coppella. Al momento del tramonto però, sulla parte superiore di quella "perda fitta", accade una strana magia che lascia a bocca aperta: tante piccole coppelle, accese dal crepuscolo, compaiono all'improvviso, formando un disegno dal significato misterioso. Alcune delle persone che hanno avuto la fortuna di vederla da vicino, toccarla e ammirare le piccole coppelle, concordano su un'ipotesi che la rende ancora più preziosa «Appare evidente che non sia una dea madre o un simbolo fallico, ma che rappresenti qualcosa di diverso. Il disegno che formano le coppelle, fa pensare ad una costellazione. Come se i nostri padri lontani, abbiano fissato sulla pietra le stelle che illuminavano le loro notti Una mappa del cielo di migliaia di anni fa. Potrebbe addirittura essere un "Omphalos"»
    Omphalos. Questa parola di origine greca significa ombelico. Centro. Il centro sacro. Effettivamente, pare che tantissime culture megalitiche rappresentassero il divino (ciò che sta in cielo) che si fondeva con la Terra proprio con una grande pietra tondeggiante scolpita. I loro dei che vivevano in cielo erano sempre accanto a loro sulla Terra, nell' "Omphalos" sacro che veneravano. Una pietra tondeggiante... Tondeggiante come un uovo. Ed ecco che tornano in mente gli antichissimi miti greci, cinesi, indiani che, ognuno a modo suo, raccontano che tutto il creato, l'intero universo, nacquero proprio da un grande uovo. L'uovo cosmico. Possibile che anche gli abitanti di Serramanna di migliaia e migliaia di anni fa, venerassero il loro dei arrivati dal cielo e si tramandassero il ricordo della creazione, onorando l'enorme pietra sacra chiamata "Sa perda manna"(la grande pietra) o " Ayaya manna"(nonna grande)? Teoria azzardata e fantasiosa? Questo forse non lo sapremo mai con certezza, ma una cosa è sicura: intorno a noi ci sono molti tesori dimenticati. Il misterioso passato del nostro mondo, da migliaia di anni sta aspettando di essere riscoperto, valorizzato e restituito alle popolazioni. E' arrivato il tempo di guardare con altri occhi ciò che ci circonda e accorgerci che la nostra storia è proprio lì, in quelle pietre che sembrano silenziose solo perché noi non ne abbiamo mai ascoltato la voce.



    Francesca Murgia


    mercoledì 25 maggio 2016

    Acqua di San Giovanni

    La natura è sempre stata il centro e la fonte della nostra esistenza: madre, nutrimento, cura, vita. I fiori e le piante che crescono spontanei, otre ad essere il cibo e le medicine dei nostri nonni, erano anche gli ingredienti indispensabili per tanti riti antichi della Sardegna. Con l'arrivo del Cristianesimo, molti rituali rivolti alla dea madre sono stati proibiti e dimenticati, altri, ribattezzati con il nome di un santo, hanno proseguito il loro cammino e anche ai giorni nostri, in particolari periodi dell'anno, vengono utilizzati ancora.
    L'acqua di San Giovanni, per esempio, si prepara la vigilia della festa del santo, la notte del 23 Giugno. Pare che durante quella notte, le erbe che si utilizzano per il rituale, ricevano grandi poteri dalla luna, diventando magiche.
    Per la preparazione occorrono lavanda, elicriso, rosmarino, iperico, menta, salvia, timo, verbasco e artemisia, rosa, gelsomino, mirto, alloro, ma non è indispensabile che ci siano tutte e si possono aggiungere altre erbe o fiori. Dopo aver spezzettato i fiori e le foglie con le mani, si mette tutto dentro un catino pieno d'acqua che deve stare sotto la luce della luna per tutta la notte. La mattina del 24, l'acqua magica di San Giovanni è pronta e si deve toccare con le mani e bagnarsi il viso, esprimendo un desiderio. Il resto dell'acqua si utilizza poi come acqua profumata per lavarsi le mani e il viso. Non è detto che il desiderio si realizzi ma, sicuramente, un bellissimo profumo avvolgerà chi ha praticato il rito.
    Francesca Murgia
     (Articolo pubblicato pubblicato sulla Gazzetta del Medio  Campidano  http://www.lagazzetta.eu/ )

    giovedì 24 marzo 2016

    ✫La Piccola Stella Senza Nome✫ racconto tratto dal libro Sogni stelle e sussurri, di Francesca Murgia

    Viveva da sempre al confine tra la costellazione di Orione e quella del Toro, ma nessuno mai l'aveva notata. Era una stellina tanto piccola che neppure il telescopio più potente era capace di scorgerla tra le luci sfavillanti delle stelle tanto più grandi e vistose di lei. Dalla Terra nessuno le rivolgeva una parola o una preghiera, non aveva un nome e non figurava in nessuna costellazione. Le altre stelle non la degnavano di molta considerazione e si scordavano spesso di lei: era così piccola e insignificante che era quasi come se non esistesse. Era sola e triste. Tanto triste. Spesso, sconsolata e afflitta, osservava da lontano le luci che illuminavano il pianeta Terra e pensava "Persino i lampioni nelle strade e le lampadine nelle case illuminano il cielo più di me" e piangeva per la sua sfortuna. Un giorno, mentre tutta sola pensava alla sua inutile esistenza, uno sciame di piccole meteore le passò accanto ed una di esse, distratta dalla luce accecante della stella Sirio, non la vide e la urtò violentemente. «Oh, scusami! Non ti avevo vista! Ti ho fatto male?» La piccola Stella, con una delle sue punte dolorante per il colpo ricevuto, cercando di trattenere le lacrime, rispose: «Non è nulla di grave, mi passerà, non preoccuparti. Non è la prima volta che mi accade di essere colpita da qualcuno che non mi vede...Non mi vede mai nessuno...» ed una lacrima che proprio non riuscì a trattenere, le scivolò lungo la guancia. Alcune altre meteore, che si erano fermate un attimo a vedere cosa fosse successo, cercarono di consolarla «Non fare così, non piangere...E' vero sei piccina ed è difficile vederti da lontano in mezzo a tante stelle luminose, ma la tua luce tenue e rilassante è davvero bella e sicuramente in tante te la invidiano! In un posto un po' meno affollato, faresti un figurone!» «No, vi sbagliate: un posto per me, sono certa, non esiste... Non servo a nulla...»Le meteore si guardarono dispiaciute e quella che le era andata a sbattere addosso, propose «Perché non vieni con noi? Siamo dirette sulla Terra, dove termineremo il nostro lungo viaggio infiammandoci ed esplodendo in una brillante scia luminosa. Magari, lungo il cammino, trovi un bel posticino adatto a te...» La stellina le guardava dubbiosa «Non saprei...ma d'altronde, se resto qui, la mia vita continuerà ad essere solitaria e triste ed io sarò per sempre invisibile...» Le meteore afferrarono le sue punte calde e luccicanti e senza neppure aspettare che decidesse cosa fare, ripartirono per il loro viaggio, trascinandola con loro.
    Il piccolo sciame sfrecciò tra asteroidi e comete, satelliti artificiali e buchi neri. Osservavano le meraviglie dell'Universo con occhi stupiti e bocche spalancate. Superarono Plutone e Nettuno, Urano e Saturno con i loro magici anelli. Oltrepassarono Giove cercando di non scontrarsi con le sue lune e cambiarono un po' la loro traiettoria per non cadere dritte su Marte. La piccola stella era affascinata da tutto ciò che aveva visto lungo l'emozionante traversata galattica e contenta di aver intrapreso l'avventura che aveva spezzato la noia della sua vita solitaria, ma non aveva visto nemmeno un posticino che potesse andare bene per le sue modeste esigenze. Avrebbe voluto trovare un luogo tranquillo e poco affollato, magari con accanto un'altra stellina dalla luce discreta che le tenesse compagnia. Insieme avrebbero potuto scambiarsi impressioni sul tempo, sull'amore, sul perché dell'esistenza, ma non vide nulla ed il pianeta Terra era ormai vicinissimo. Il viaggio dello sciame stava per concludersi e ben presto le sue amiche avrebbero preso fuoco, diventando bellissime stelle cadenti. E lei cos'avrebbe mai fatto tutta sola? Si chiese in tutta fretta se dovesse salutare le meteore e fermarsi ad aspettare una cometa che le desse un passaggio per tornare al suo solito posto nell'Universo, ma le venne un brivido al pensiero di quel luogo pieno di luce e, per lei, tanto malinconico e solitario. Allora decise. Decise di terminare il suo viaggio insieme alle sue amiche, così, per un attimo prima di spegnersi per sempre, qualcuno avrebbe visto la sua scia luminosa e l'avrebbe ammirata. Magari un astronomo con il suo telescopio l'avrebbe notata e le avrebbe dato un nome. Finalmente, un nome. Così la sua vita non sarebbe stata inutile, anonima e vana. Si tenne stretta stretta alle sue compagne e, trattenendo il fiato, si preparò all'impatto. Appena sfiorarono l'atmosfera terrestre, le meteore presero fuoco illuminando il cielo di incantevoli scie luminose. Restavano sospese in quel magico attimo di felicità, prima di spegnersi per sem
    Forse perché era troppo grande per bruciare nell'atmosfera, o forse perché semplicemente il suo destino era un altro, non prese fuoco, ma sorvolò il buio cielo notturno leggera leggera e dolcemente andò a posarsi sulla punta di un abete innevato che si innalzava accanto alla finestra illuminata di una piccola casa. «Ed ora cosa farò? Come può una stella sopravvivere sulla Terra senza che qualche malintenzionato le faccia del male? Dove mi nasconderò? Chi mi aiuterà?» Già valutava l'idea di imbarcarsi clandestinamente su di uno shuttle in partenza da quel posto che gli abitanti della Terra chiamavano Cape Canaveral per poi accodarsi a qualche altro sciame di meteore in viaggio e fermarsi nella prima costellazione che avesse incontrato, quando la luce che usciva dalla casa si spense improvvisamente e un pianto interruppe il corso dei suoi pensieri. Stette ad ascoltare per un po', ma poi, vinta da una curiosità che non riusciva a trattenere, si calò cautamente su di un ramo che ondeggiava sfiorando la buia finestra e scivolò silenziosamente sul davanzale, illuminando la buia stanza oltre i vetri, con la sua delicata luce. Un bimbo di 6 o 7 anni, con il viso rigato di lacrime, se ne stava singhiozzante nel suo letto. Avvolto da calde coperte, stringeva forte al petto un orsetto di pezza a cui mancava l'occhio destro. Quando si accorse del chiarore che entrava nella stanza attraverso i vetri, smise di piangere e sbalordito guardò la piccola stellina sul davanzale. «E tu, chi sei?» le chiese alzandosi dal letto e avvicinandosi.
    Lei, impaurita, fece un passo indietro, sperando che il ramo dell'abete le strisciasse accanto, così avrebbe potuto fuggire e nascondersi.
    «No! Aspetta, non andartene via! Se ti allontani la mia stanza tornerà di nuovo buia ed io avrò ancora paura!» Spalancò la finestra e lei si fermò, guardandolo stupita.
    «Hai visto la mia luce?»
    «Certo che l'ho vista! E' bellissima! Schiarisce il buio senza essere invadente, ma scaccia le brutte ombre della notte. La mia mamma dice che ormai sono grande e che devo abituarmi a dormire con la luce spenta, ma io ho paura e non riesco ad addor-mentarmi: mi sembra di vedere mostri e streghe che si avvicinano al mio letto. Resta con me per questa notte, te ne prego, tienimi compagnia stellina bella.» Gli occhi del bimbo luccicavano speranzosi
    «Vieni dentro, fuori fa freddo: illuminerai la mia notte e potrai riposarti» e allungò la mano per sfiorarle le piccole punte.
    Lei lo lasciò fare ancora confusa dal fatto che per la prima volta nella sua vita, qualcuno l'avesse vista. Gli permise di portarla dentro e si lasciò deporre delicatamente sul comodino accanto al letto.
    Il bimbo si rimise sotto le coperte e la guardò «Dimmi stellina bella, come sei arrivata sul davanzale della mia finestra?» E la piccola stella, che da sempre era stata sola senza nessuno che la notasse o le parlasse o le desse un nome, gli raccontò la sua storia.
    «Ma allora non è un caso se sei arrivata fino a qui! E' il destino che ti ha condotta da me: noi dobbiamo stare insieme, ci faremo compagnia a vicenda.
    Per sempre.»
    Il piccolo sbadigliò e dopo averle accarezzato delicatamente una punta, si addormentò con un sorriso sereno sulle labbra. La stella vegliò sul suo sonno per tutta la notte e quando giunse il mattino aveva preso la sua decisione: sarebbe rimasta con lui finché avesse avuto bisogno di lei.
    Finalmente la piccola stella aveva qualcuno da illuminare.
    Qualcuno che, anche se era piccina, la vedeva.
    Di giorno, quando il piccolo era impegnato a vivere la sua vita, lei gironzolava per il mondo visitando i bei posti che aveva visto solo da lontano, illuminati dai lampioni che accendevano il mondo. La sera, dopo che la luce della camera veniva spenta, il bambino le apriva la finestra e lei entrava a tenergli compagnia. Alcune volte era stanco e si addormentava quasi subito, altre, non aveva sonno, e allora metteva un libro accanto alla luce della stella e insieme leggevano fiabe e racconti che parlavano di principi, spade e draghi; sogni, viaggi nella fantasia e posti lontani. Quando non c'erano libri da leggere, le storie le inventavano loro, ed il bimbo, per non perderne il ricordo, le scriveva su di un quaderno, mentre la stella illuminava la sua penna. Ed i giorni passarono, passarono i mesi e passarono gli anni.
    Ogni tanto lei gli chiedeva «Vuoi ancora che resti con te ad illuminarti la notte?»
    Lui le sorrideva e diceva «Io e te resteremo sempre insieme, lo sai!» e lei, contenta, continuava a vegliare sui suoi sogni, con la sua luce discreta.
    Una notte d'estate, però, lui che ormai era diventato un ragazzo che del buio non aveva più paura, appena spense la luce per andare a dormire, pianse. La stella entrò dalla finestra aperta e gli illuminò il bel viso bagnato di lacrime come la prima volta che si erano incontrati. «Perché piangi? Che cosa ti è successo?» gli chiedeva preoccupata. Ma lui non rispondeva.
    Per molte notti di seguito lui fece la stessa cosa, senza parlare, senza mai rispondere alle domande della stella che era sempre più preoccupata. Quando lei non ne poté più di vedere la sua tristezza senza poter fare nulla per aiutarlo, mentre lui piangeva, gli disse «Se piangi perché non sai come mandarmi via, se temi di darmi un dispiacere, non ti devi preoccupare, io capirò.»
    Lui smise di piangere e le accarezzò teneramente le punte «Non voglio che tu vada via. Mai. Noi staremo sempre insieme. Sono triste per un altro motivo.»
    «Dimmi quale, magari posso aiutarti a risolvere il problema che ti fa star male...» E allora le raccontò della piccola ragazza per la quale il suo cuore batteva forte. Le disse di quanto lei fosse sempre stata sola e triste perché era diversa dagli altri. I suoi occhi, infatti, fin dal primo giorno della sua vita, non avevano mai potuto vedere la luce: era cieca. Viveva in un mondo fatto di buio. E non poteva credere che qualcuno potesse desiderare di stare con lei. Quando il ragazzo le aveva detto che il suo più grande desiderio era trascorrere ogni attimo della sua vita con lei, lo aveva rifiutato. Non perché non contraccambiava il suo amore, anzi, la verità era che non voleva essere un peso per lui, perché anche lei lo amava.
    «Se solo potesse guardarmi negli occhi, vedrebbe la luce del mio amore e capirebbe che non riesco a stare senza di lei. Saprebbe con un solo sguardo che lei è tutto ciò che voglio e non m'importa se i suoi occhi sono spenti...» La piccola stella lo ascoltava e intanto ripensava a quando era lei triste e sola: anche lei come la piccola ragazza non avrebbe mai creduto che qualcuno potesse vederla davvero. Poi aveva incontrato lui ed aveva finalmente scoperto che anche una piccola ed insignificante stellina dalla pallida luce poteva avere qualcuno che l'apprezzava. E mentre guardava il viso triste del ragazzo, capì che solo lei poteva aiutarlo.
    E decise di farlo subito.
    «Posso risolvere il tuo problema: portami da lei»
    Il giovane trattenne il fiato per un attimo e poi, in un sussurro chiese «Puoi davvero?»
    La stella sorrise «Posso.»
    Uscirono nel buio di una notte stellata. Il canto dei grilli riempiva il silenzio e centinaia di lucciole illuminavano il loro cammino fino alla casa della ragazza. Non dovettero neppure bussare alla sua porta: sentirono il suo pianto oltre il basso muretto del cortile.
    Stava seduta per terra, circondata da fiori colorati. Piangeva per l'amore che aveva rifiutato. Piangeva perché non avrebbe mai potuto guardarlo negli occhi per capire se era veramente nel suo cuore. Era condannata a stare al buio e sola. La stellina capì ogni suo pensiero appena la sua luce le illuminò il viso. Seppe che era arrivato il momento di diventare come le piccole meteore sue amiche con cui era arrivata sulla Terra tanto tempo prima: come loro si sarebbe trasformata in una stella cadente e avrebbe realizzato il desiderio dei due innamorati.
    Era questo il suo destino. Era nata proprio per questo.
    Per questo aveva fatto il suo lungo viaggio nell'Universo ed era arrivata sul davanzale di un bimbo che piangeva.
    Guardò serena il ragazzo che ormai non aveva più paura del buio.
    «Ti auguro una vita illuminata dall'amore. Sarò sempre con te.» gli disse mentre lui scavalcava il basso muretto e, prima che capisse cosa stesse succedendo, sfrecciò in alto nel cielo e poi, lasciando dietro di sé una lunga scia luminosa, si tuffò dritta nel cuore della piccola ragazza cieca.
    Fu un attimo.
    In quel breve istante la sua luce soffusa le avvolse il cuore, riscaldandole dolcemente l'anima e un'esplosione di piccole scintille dorate invasero ogni parte del corpo. Il ragazzo vide un bagliore accendere gli occhi della piccola ragazza e riconobbe la pallida luce della sua stella...
    E la ragazza vide, per la prima volta nella sua vita. E la prima cosa che vide, furono gli occhi del giovane uomo che brillavano d'amore per lei.
    Lui allungò una mano per accarezzarle il viso e, immergendo lo sguardo in quello di lei che non sarebbe mai più stato spento, sotto le luminose stelle della calda notte estiva, con i grilli che cantavano e le lucciole che ballavano intorno a loro, tutto ciò che disse fu «Staremo insieme per sempre, Amore mio» e mentre lei gli gettava le braccia al collo, la piccola stella, appena un attimo prima di fondere la sua vita con l'anima della piccola ragazza, sentì le sue parole e con una grande gioia nel cuore, seppe di avere finalmente un nome anche lei: Amore.
    pre, ma quell'attimo valeva la pena del lungo cammino che avevano intrapreso. Portavano con loro, in quella gioiosa discesa finale, l'emozione di una vita trascorsa solcando l'Universo con l'unico scopo di raggiungere quell'istante infinito. Gli occhi degli uomini, rivolti verso il buio cielo, si accesero della loro luce magica che realizzava i desideri e le meteore, che ora erano diventate meravigliose stelle cadenti, nel loro ultimo istante di vita, seppero che il loro meraviglioso viaggio aveva avuto uno scopo: avevano regalato la speranza a chi le guardava. La piccola stella, osservava l'infinita bellezza delle sue compagne d'avventura, aspettando di diventare come loro e dare un senso al suo vivere, ma non accadde nulla.
    Dal libro Sogni, Stelle e Sussurri di Francesca Murgia

    venerdì 18 marzo 2016

    In Sardegna come in Perù

    Nell'epoca in cui l'uomo averebbe dovuto essere una specie di scimmia che viveva nelle caverne, anacronistici architetti costruivano misteriose ed impossibili opere ingegneristiche in parti del mondo lontanissime e, a giudicare da certe analogie tecniche, forse avevano studiato tutti nella stessa università...